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giovedì 12 agosto 2021

                                           RICORDO INDIANO - AGOSTO 1987 

     13° e ultima parte - Parvati Valley, Delhi e ritorno in Italia




La Parvati Valley è una meraviglia assoluta. Facciamo amicizia con due ragazze francesi di Rouen che sono ospiti del nostro stesso albergo. Sono molto simpatiche e gioiose, visitiamo insieme questa valle paradisiaca e di nuovo la Manali Valley il giorno dopo. Purtroppo devono partire prima di noi perché hanno qualcosa da fare a Delhi, ci scambiamo gli indirizzi e, nell'attesa del bus, chiacchieriamo e ridiamo con il ragazzo dell'albergo che continua a far battute a raffica. Il nostro bus parte nel tardo pomeriggio. Ci aspettano dodici ore di viaggio e una notte non proprio comoda. Questo si rivela una sorta di sogno in stato ipnagocico mentre corriamo in discesa senza che noi possiamo vedere gran che dalla nostra posizione. 

Tutto è immerso nel buio. Il motore urla e tossisce ad ogni cambio di marcia. In basso un tappeto di stelle... sono le lucine delle case sparse nelle valli sotto di noi. Tutto si confonde. Mi affido... affido il bus e tutti i suoi passeggeri al dio Shiva, che ci sostenga in questa folle corsa che forse non è poi così veloce ma a me pare una caduta libera nell'abisso.





Intorno a me solo indiani. Alcuni assopiti, altri con gli occhi aperti e impenetrabili. Non conoscono ansia, non si pongono dubbi, si affidano al dio perché sanno che tanto non c'è altro da fare. Chiudo gli occhi. Cerco di fare lo stesso. L'ansia che è nella pancia e la paura che si è impadronita della mia mente, pian piano lasciano la presa. Respiro profondo. Affidarsi al destino, alla volontà del Padre, al divino e al Suo Piano fa scendere la pace nel cuore e alla fine mi assopisco in un dormiveglia quasi piacevole nonostante lo sballottamento.

Siamo seduti in quattro su posti da tre. Massimo è rannicchiato e sembra in meditazione profonda da due ore. Il bus si ferma ogni tanto presso dei baracchini che vengono chai e cibo, io mi precipito giù ogni volta per sgranchirmi ma lui non vuole scendere, sembra annichilito e rimane abbracciato alle sue gambe come se volessero portargliele via.

Finalmente all'alba arriviamo a Delhi e la stazione dei bus è allagata dalla pioggia monsonica venuta giù a cataratte. Ci togliamo le scarpe e camminiamo alla cieca nell'acqua nera sul pavimento liscio. Ora ripensandoci, rifletto sul rischio corso, avrei potuto tagliarmi e infettarmi facilmente. Il pensiero non mi aveva sfiorato allora così come non mi hanno sfiorato mille altri pensieri che la “ragione” della maturità mi avrebbe suggerito. Non ero imprudente, anzi, ho persino passato i primi giorni a lavarmi i denti con acqua minerale; per terrore dell'ameba ho evitato accuratamente il ghiaccio, i succhi di canna da zucchero (infatti non so che sapore abbia), la frutta offerta per strada e l'acqua delle fontane, ma la paura non mi lasciava. Poi dopo dieci giorni sono diventata come gli indiani: fatalista e rilassata. La tipica ansia occidentale ha lasciato il posto ad una sorta di felice rassegnazione al dio di tutte le cose e di tutti gli esseri senzienti. Sicura di aver fatto tutto il possibile ho lasciato a lui la responsabilità e così la Gioia mi è entrata nel cuore e non mi ha più lasciata fino al ritorno.







Ma non è così che si dovrebbe vivere sempre? Non è così che si viveva anticamente? Cosa cambia se anche dopo aver preso ogni precauzione ci preoccupiamo al punto da temere ogni passo, ogni cibo sconosciuto, ogni eventuale imprevisto? Nulla. Non cambia assolutamente nulla. La Vita è un'avventura, un romanzo dal finale a sorpresa. Gli oracoli tentano di prevedere, ma anche dopo il loro responso si ha la sensazione che sia tutto inutile e che l'ineluttabile possa comunque sorprenderci.

Ecco, il ritorno a Delhi è stato molto strano. Nessun bimbo ci chiedeva l'elemosina, nessun mendicante allungava pietosamente la mano; mischiati alla massa colorata di indiani in strada eravamo diventati invisibili. I nostri vestiti erano ormai uguali ai loro e anche se la pelle rivelava la nostra origine nessuno più ci considerava “turisti”. I turisti, questa specie umana spuntata meno di due secoli fa*, è una buffa e imbarazzante orda che invade ogni luogo del pianeta scambiandolo per uno zoo safari. Con sguardo interessato e curioso fotografiamo tutto e tutti per avere un ricordo-trofeo da mostrare a parenti e amici (o nel mio caso per me stessa, per poter rivivere, per paura di dimenticare). Alla fine di questo viaggio quando incontravamo dei turisti mi sentivo in imbarazzo per loro e per noi. Specialmente i grupponi intorno alle attrazioni cittadine, le bandierine ridicole delle guide, le loro risate sguaiate, mi facevano sentire profonda vergogna per il genere Homo Sapiens Sapiens al quale appartengo. L'India mi ha tolto un bel po' di veli che avevo davanti agli occhi. 

Siamo arrivati anche noi da turisti, inconsapevoli di cosa ci aspettava, e l'India ci ha trasformato in viaggiatori. Dopo tanta fatica e tanti sorrisi, lo sguardo si addolcisce, perde quella voglia di indagare, quell'impertinente scrutare e la sensazione di essere della stessa famiglia penetra in noi con l'aria. Le incomprensibili cantilene dei baba diventano musica familiare, il sudore prende l'odore delle spezie e lentamente i colori spenti degli abiti portati da casa diventano inguardabili e scomodi.

Ma un'altra sorpresa ci aspetta a Delhi. Nell'hotel che abbiamo scelto nel vecchio quartiere di Paharganj sono alloggiate anche le due ragazze francesi di Rouen! Se ci fossimo messi d'accordo sarebbe stato più difficile! Ci abbracciamo felici di esserci ritrovati e come bambini ci mettiamo a saltare di gioia. Durante il viaggio in questo subcontinente immenso, ho anche incontrato una persona che abitava nella mia stessa via... 

Ceniamo in un elegante ristorante musulmano, il primo e l'ultimo del viaggio. Spendiamo così gli ultimi soldi. I gusti sono simili a quelli assaporati durante questi quaranta giorni ma incredibilmente più raffinati. I profumi delicati delle spezie si fondono con armonia sapiente stimolando l'appetito senza aggredire il palato. Tutto è perfetto, la luce soffusa, i camerieri affabili e la musica a basso volume contribuisce a rendere struggente questa ultima sera.

Il giorno dopo, all'aeroporto, indosso il mio punjabi rosa e i sandali bordoux. Sono eccitata per la partenza e la paura del volo in aereo ancora non mi attanaglia. C'è un problema: Massimo si accorge di non aver conservato i soldi per la tassa di imbarco. Provvedo io. Mio padre mi ha insegnato che non è mai saggio rimanere completamente senza soldi in tasca, qualcosa per le emergenze bisogna sempre averlo. Grazie papi!

"Buonasera, è il comandante che vi parla: c'è una perturbazione sull'oceano indiano, cercheremo di passarci sopra". Vorrei scendere... e invece partiamo e miracolosamente, non so come, forse per la stanchezza, mi assopisco per un quarto d'ora. Apro gli occhi e chiedo a Massimo: "E la perturbazione?" - "Siamo già molto oltre". Miracolo. Prima ed ultima volta che mi sono addormentata in aereo...

All'areoporto di Caselle ci aspettano mio padre Edoardo e mia madre Gemma, felici di rivederci e io eccitatissima per tutto quello che non vedo l'ora di raccontare, soprattutto a mio padre.

Due giorni dopo una tristezza infinita si impadronisce del mio cuore. Torino a fine agosto mi appare di uno squallore insopportabile. Non so spiegare cosa esattamente mi fa stare così male nella mia città. Provo ad analizzare, a fare paragoni ma non riesco ad individuare qualcosa di preciso. La nostalgia, sottile come una lama, mi trapassa il cuore. Mi manca tutto dell'India: gli occhi e i sorrisi dei bambini, gli odori, i colori, l'incenso dei templi, le voci e anche i clacson, il traffico scomposto, persino lo sporco per strada mi manca, forse perché qui è tutto troppo prevedibile, ordinato, controllato, artificiale. Per certi versi l'India è come eravamo noi forse cento anni fa. La terribile nostalgia rimane con me fino all'autunno. Per due settimane continuo a vestirmi con indumenti indiani e mangio riso al curry. Non riesco a riadattarmi. Il culture shock è troppo forte. Come sette anni prima al ritorno dopo un anno nel Wisconsin, dove con i miei amici vivevo libera in campagna vicino alla foresta. Eravamo tutti hippies senza saperlo. Sono ancora hippy nell'anima, lo rimarrò sempre al di là dell'abito, perché la civiltà dei consumi e la cultura di massa uccidono l'anima e io alla mia anima ci tengo, mi parla ancora e io la ascolto.




Quello che oggi si chiama turismo, cioè il viaggio organizzato, ha una data di origine certa ed un inventore ben determinato: il 5 luglio 1841, Thomas Cook, sfruttando le nuove possibilità offerte dal treno, organizzò un viaggio di 11 miglia da Leicester a Loughborough: ben 570 persone vi parteciparono e il successo fu tale da spingere lo stesso Cook ad organizzare pacchetti turistici sempre più particolareggiati, dando inizio all'industria turistica modernamente intesa. Con l'industrializzazione, il turismo diventò alla portata di più persone, ma restavano ancora pochi quelli che si potevano permettere una vera vacanza.

***

Il grande Tiziano Terzani ha espresso magistralmente questo sentimento nel suo intenso libro Un altro giro di giostra; ciò che ho sentito e che sento ancora e che ho umilmente cercato di narrare in questo modesto diario di viaggio.

"Chi ama l'India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. E' sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma così è l'amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato.
Innamorati, non si sente ragione; non si ha paura di nulla; si è disposti a tutto. Innamorati, ci si sente inebriati di libertà; si ha l'impressione di poter abbracciare il mondo intero e ci pare che l'intero mondo ci abbracci. L'India, a meno di odiarla al primo impatto, induce presto questa esaltazione: fa sentire ognuno parte del creato. In India non ci si sente mai soli, mai completamente separati dal resto. E qui sta il suo fascino.
Alcuni millenni fa i suoi saggi, i Riishi, "coloro che vedono", ebbero l'intuizione che la vita è una, e questa esperienza, rinnovata religiosamente di generazione in generazione, è il nocciolo del grande contributo dell'India all'incivilimento dell'uomo e allo sviluppo della sua coscienza. Ogni vita, la mia e quella di un albero, è parte di un tutto dalle mille forme che è la vita.
(...) In India si è diversi che altrove. Si provano altre emozioni. In India si pensano altri pensieri. Forse perché in India il tempo non è sentito come una linea retta, ma circolare, passato, presente e futuro non hanno qui il valore che hanno da noi; qui il progresso non è il fine delle azioni umane, visto che tutto si ripete e che l'avanzare è considerato una pura illusione.
Forse perché qui la realtà percepita dai sensi non è generalmente presa per vera, non è la "Realtà Ultima", l'India infonde, anche in chi non crede in tutto questo, uno stato d'animo di distacco che rende il paese così particolare e la sua realtà, a volte proprio orribile, in fondo accettabile. Accettabile perché così è la vita: è tutto e il contrario di tutto, è stupenda e crudele. Perché la vita è anche la morte, e perché non c'è piacere senza dolore, non c'è felicità senza sofferenza.
In nessun altro posto al mondo la contrapposizione degli opposti - bellezza e mostruosità, ricchezza e povertà - è così drammatica, così sfacciata come in India. Ma è stata proprio questa visione dell'inevitabile dualità dell'esistenza che spinse i Riishi a cercarne il significato recondito, che ancora oggi sembra agire come un catalizzatore spirituale in chi ci si avventura.
Basta metterci piede, in India, per provare questo mutamento. Innanzitutto ci si sente più in pace. Con se stessi e col mondo. (...)
«L'India è una esperienza che ti accorcia la vita», mi disse Dieter Ludwig il giorno in cui, anni fa, arrivai a Delhi per piantarci definitivamente le mie tende. Poi aggiunse: «Ma è anche un'esperienza che dà senso alla vita ».
In India niente può essere dato per scontato (...) ma in India ci si adatta, si accetta, e presto si entra in quella logica per cui niente è davvero drammatico, niente è terribilmente importante. In fondo tutto è già avvenuto in maniera simile tante altre volte prima e si sa che avverrà infinite volte dopo. L’India resta se stessa, e a suo modo questo è acquetante.
L’India ti fa sentire semplicemente umano, naturalmente mortale; ti fa capire che sei una delle tante comparse in un grande, assurdo spettacolo di cui solo noi occidentali pensiamo di essere i registi e di poter decidere come va a finire.
L’idea che l’uomo sia superiore alla bestie e che per questo ha il diritto di sfruttarle ed ucciderle a piacimento, in India è semplicemente inconcepibile.
La natura non è lì perché l’uomo ne faccia quel che vuole. Niente è suo. E se l’uomo si serve di quel che c’è, deve dare qualcosa in cambio: almeno un ringraziamento agli Dei che l’hanno creato. E poi, l’uomo stesso è parte della natura. La sua esistenza dipende dalla natura e l’Indiano sa che “la rana non beve l’acqua dello stagno in cui vive” …."


***

Per sapere dell'India di oggi, consiglio vivamente la serie superlativa di sei podcast di Radio3Rai su RaiPlaySound dal titolo Il rumore dell'India (2025). Riporto qui l'introduzione:

Con Stefano Catucci. Comincia dalla capitale, Nuova Delhi, il viaggio in 6 puntate alla ricerca dell'India di oggi, dei suoi cambiamenti e delle tante differenze che la rendono per molti versi inafferrabile: differenze territoriali, linguistiche, religiose, sociali, persino temporali, se si pensa che accanto a una modernità molto agguerrita sopravvive ancora, pesantissimo, il sistema delle caste. In compagnia di Andrea Anastasio, direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi, Stefano Catucci racconterà la città del governo e l'economia dell'India incontrando Biraj Patnaik, direttore della National Foundation for India, e Jajaty Ghosh, docente di economia all'Università Jawarlal Nehru di Nuova Delhi e, negli Stati Uniti, in quella di Amherst, Massachusets. Anche la colonna sonora di questo viaggio sarà uno specchio dell'attualità, in un incontro fra la tradizione e i linguaggi sonori della globalizzazione che fra hip hop, spiritualità e rinnovamento dei modi di cantare o di suonare cercherà di offrire ancora un'altra immagine del paese non solo più popolato, ma più giovane del pianeta.

28 Giu 2025
https://www.raiplaysound.it/audio/2025/06/Il-rumore-dellIndia-del-28062025-e13c1fee-994a-4f81-bd50-52859aa6e758.html?fbclid=IwY2xjawMARRpleHRuA2FlbQIxMQABHgWFlfXs1B2IoxEV7GyENfL9Qz0-YmudprQCOinCrxAA9Ko-yIItUwfNgWmr_aem_iM4MO-_nic3s7KSq1KMTqg



Inno ALLA DEA LAKSHMI - Dal Rig veda





lunedì 2 agosto 2021

          RICORDO INDIANO - AGOSTO 1987 

        12° parte - Manali Valley, Kullu Valley, Parvati Valley




Il mattino dopo decidiamo di andare a visitare l'Adhimba Temple, l'attrazione principale di Manali.
Rimango estasiata dall'immagine di questo tempio meraviglioso che non ha il solito aspetto dei templi hindu e nella mia ignoranza rimango convinta che sia buddhista finché non mi spiegano che non lo è. Leggo che fu costruito da un maharaja nel 1553 su una roccia che emerge dal terreno ritenuta una divinità dalle popolazioni animiste che anticamente abitavano la zona. L'atmosfera intorno al tempio è serena, mi sento in pace con tutto e tutti. C'è qualche turista, mi siedo sui gradini, Massimo scatta alcune foto e poco dopo mi ritrovo a conversare con una corpulenta e triste signora americana che cerco invano di consolare. 

Ci consigliano di visitare le valli intorno a Manali, cioè la Manali Valley, la Kullu Valley e la Parvati Valley. Ogni mattina calcoliamo tempi e percorsi, prendiamo un bus diverso e torniamo sempre a Manali la sera.
Sui bellissimi sentieri di montagna ci imbattiamo spesso in donne e uomini che portano sulla schiena pesanti gerle colme di mele salendo lentamente in fila indiana come formiche. L'incontro più bello però è quello con una ragazza che sta lavando vestiti di lana in un incavo della roccia. E' bellissima e insieme a lei c'è quella che forse è sua sorella e porta sul viso segni evidenti di disabilità mentale. Cerco di scambiare due parole ma non comprende l'inglese e ride gioiosa dei miei inutili sforzi.



Leggiamo sulla guida che a Naggar* si trova il Nicholas Roerich Museum** e la International Roerich Memorial Trust. Ci rechiamo là per vedere i suoi magnifici quadri ma troviamo parecchi reperti, statue e oggetti delle sue collezioni, di quadri ce ne sono pochi e non tra i migliori. Vengo poi a sapere che la maggior parte è conservata a New York. Quel poco che so di Roerich mi è stato raccontato da mio padre che aveva pubblicato quattro dei tredici volumi della serie Agni Yoga, scritti, anzi canalizzati, dalla moglie Helena***

Una foto tra i fiori gialli davanti al museo è tutto ciò che rimane della visita.



Il giorno seguente ci svegliamo di buon mattino e prendiamo il bus per esplorare la Manali Valley. Su un sentiero di montagna, in una foresta vicino ad un villaggio, incontriamo due giovani giapponesi in viaggio. Sono molto simpatici e allegri e ci viene naturale condividere il cammino. La compagnia è così piacevole che decidiamo di rimanere insieme anche il pomeriggio. Verso l'ora di cena arriviamo in un paese dove ci indicano un "tempio ecumenico per pellegrini". Ci spiegano che servono pasti caldi in cambio di un'offerta. Purtroppo arriviamo tardi per la cena ma ci rendiamo subito conto di essere in un luogo molto particolare. La moquette per terra è pulita e ci dicono che ci si può anche fermare per la notte, anche senza sacco a pelo. Alle pareti sono appese immagini sacre di ogni tradizione del pianeta. Sono così sorpresa ed entusiasta da questo stupendo simbolo di Pace, che mi viene da piangere. Un grande cuore deve aver pensato ad un luogo simile, chissà se esiste ancora. Ho provato a fare ricerche ma non ricordando affatto il nome del paese è praticamente impossibile.
L'appetito è notevole dopo le camminate in montagna, cerchiamo un posto per mangiare; a questo punto torneremo al tempio a dormire visto che il bus di ritorno è appena partito. Troviamo un posticino sgangherato dove mangiamo del semplice dahl con chiapati.

La conversazione con i giapponesi è interessante ed è condita da tante risate. Quando ci alziamo ci accorgiamo che sono passate le 22, ora di chiusura del tempio... questo sì che è un guaio! Dopo una breve ed infruttuosa ricerca nei paraggi, torniamo al sedicente ristorante e chiediamo se hanno un posto per ospitarci a dormire. "Ma certo!". Attraversiamo un ballatoio pericolante e saliamo una scaletta sgangherata che ci porta al piano superiore; ci viene mostrata una camera con dentro solo due letti di legno senza materasso. Ok, non c'è altro da fare. Siamo stati stupidi. Avremmo potuto dormire al sicuro in un posto magnifico sulla soffice e pulitissima moquette e invece passeremo la notte vestiti su un duro tavolaccio. Chiedo per i servizi e ci accompagnano dietro una casa, in riva ad un torrente. Il padrone di casa ci indica con la mano una persona che sta facendo i suoi bisogni lì dietro senza scomporsi per la nostra presenza. Alzo gli occhi al cielo dandomi dell'idiota e vado a lavarmi i denti alla fontana lì vicino. Facciamo i nostri bisogni liquidi e andiamo subito a dormire stravolti di stanchezza. Prima di spegnere la torcia (ormai è buio pesto e nella stanza non c'è luce elettrica) noto un grosso ragno in alto in un angolo. Lo faccio vedere a Massimo che non ci fa gran caso e decido di fare lo stesso dopo averlo pregato col pensiero di rimanere lassù senza disturbarci. Alle prime luci dell'alba ci alziamo. Il ragno è ancora là nella stessa posizione della sera prima e noi torniamo col primo bus a Manali.




NaggarSituata sulla riva sinistra del fiume Beas ad un'altitudine di 1.800 metri, è un'antica città nel distretto di Kullu dell'Himachal Pradesh. Un tempo era la capitale del regno di Kullu.

** Nikolaj Konstantinovič Rerich (1874 – 1947) è stato un pittore, avvocato e diplomatico russo esponente del simbolismo. Nicholas Roerich Museum, New York - www.roerich.org


** Helena Ivanovna Roerich (1879 – 1955), teosofa e scrittrice 
russa, creò un insegnamento filosofico chiamato Etica Vivente (Agni Yoga); esiste una comunità anche in Italia che si basa sui suoi principi: https://www.comunitadieticavivente.org/. Prese parte ad alcune spedizioni del marito verso regioni scarsamente esplorate dell'Asia centrale. Presidente onorario dell'Istituto di Studi Himalayani “Urusvati”, in India, e co-autore del Trattato Internazionale per la Protezione delle Istituzioni Artistiche e Scientifiche e dei Monumenti Storici (Roerich Pact https://en.wikipedia.org/wiki/Roerich_Pact)



CONTINUA CON LA 13° E ULTIMA PARTE:

giovedì 22 ottobre 2020

 RICORDO INDIANO - AGOSTO 1987 

     11° parte - Manali





Il viaggio pare infinito. Siamo pigiati come sardine nei nostri sedili, ma almeno non patiamo il caldo. Lungo il percorso ci sono infinite fermate, alcune presso improvvisati baracchini di cibo e chai. Approfittiamo ogni volta per sgranchirci le gambe rattrappite. Il vecchio autobus Tata ha continuato ad arrancare tutto il giorno su per i sentieri scoscesi. Tre marce solamente, tanto quassù a che serve la quarta? I bagagli sono stipati anche sul tetto insieme a qualche passeggero che non ha trovato sedili liberi. Cerco di rilassarmi osservando il panorama senza guardare gli strapiombi e ogni tanto le carcasse dei bus rovesciati. 

Arriviamo nel punto più alto, Rohtang Pass, 3978 metri*. L'aria è fredda e c'è un po' di vento, neanche un albero, solo prati fioriti. Il bus si ferma, scendiamo e a me viene una gran voglia di correre nel prato ma dopo pochi passi mi devo fermare. Non ho calcolato l'altitudine, il fiato è cortissimo, le gambe di cemento... è la prima volta nella vita che sono così in alto in montagna e... sarà pure l'ultima. Unico essere umano lassù: un pastore avvolto in una coperta, col suo cane e il suo gregge. 



Finalmente arriviamo, e mentre mi carico lo zaino sulla schiena, riempio i polmoni di aria tiepida, pulita e profumata. Mi basta quella a far dimenticare la fatica del viaggio. L'albergo in cui ci sistemiamo costa poco ma incredibilmente pulito, con tutti i confort.  Sui letti troviamo persino piumini d'oca e in bagno l'acqua calda. Il proprietario è un ragazzo allegro, sembra un folletto. Siamo eccitati e felici... 

Usciamo a far quattro passi e a mangiare qualcosa. E' tutto diverso, non ci sembra più di essere in India. Notiamo moltissimi rifugiati tibetani. In effetti Dharamsala, dove il Dalai Lama risiede dal 1960, è a 220 chilometri. Nelle botteghe si vendono cose molto diverse. Anche il cibo è diverso e siamo curiosi di assaggiarlo. Entriamo in una minuscola bottega-ristorante, con due tavolini, da dove arriva un buon profumo. La signora tibetana ci sorride, sul bancone c'è un'enorme matassa di spaghetti spessi e gialli, e sul fuoco è pronto un grande pentolone di acqua bollente. Rimaniamo a guardare affascinati mentre lei ci chiede se preferiamo i nuddles, gli spaghettoni, o i momo, grossi ravioli ripieni simili a quelli cinesi. Chiedo cosa c'è dentro i momo e lei risponde allegramente mutton of course! Carne di montone, come se fosse scontato. E vada per la carne di montone mai assaggiata! E' anche la prima volta che mangiamo carne qui in India.

Dopo aver letteralmente divorato i deliziosi ravioloni, facciamo una passeggiata e chiediamo in giro cosa c'è da vedere di bello. La città è piccola, un paese praticamente. Ci indicano le terme di Vashisht, a pochi chilometri, ci si arriva facilmente a piedi, ma occhio a tornare prima del buio! La polizia gira e controlla chiunque, c'è ancora molta tensione tra Punjab e India, e qualche attentato nelle grandi città.
Di buon mattino cerchiamo un mezzo per raggiungere Vashisht poi decidiamo di incamminarci, sono solo tre chilometri e il cielo è terso. Arriviamo e ci rendiamo subito conto di essere in un posto magico. Facciamo conoscenza con una strana coppia, lui si atteggia a baba (=guru), o pseudo tale; convive con lei che è tedesca, e col suo bambino biondissimo. Sono ospitali e ci offrono un buon chai speziato. Lui è molto fascinoso, occhi profondi, lunghi capelli lucidi e profumati raccolti in una crocchia, mani affusolate ed eleganti, voce suadente. Comprendo perché la signora tedesca si è fermata a vivere qui. Chissà di che vivono? Forse vendono charas, la resina dell'hashish, non lo so, e poco mi interessa. Sta di fatto che Massimo ha cominciato a fumare un po' e l'effetto che ha su di lui è a dir poco prodigioso. Niente più litigi e irritazioni, è diventato piacevolissimo viaggiare con lui. Dio sia lodato! "Boom Shankar!" ** 

Ci spiegano dove sono le terme, ci rechiamo là e ci immergiamo nell'acqua calda. Lì vicino c'è un ritrovo di baba e altri che fumano. Mi incuriosiscono, li trovo folkloristici. Non c'è nulla di sacro nel loro atteggiamento, vivono così, fumando e donando perle di saggezza a chi li interpella. E così fa anche il nostro amico che ci intrattiene con disquisizioni spirituali su come la danza di Shiva sostenga il pianeta. 



Una di queste chiacchierate sapienziali si prolunga più del dovuto e ci accorgiamo che è già buio. Non ci sono più bus per tornare a Manali, alle 21 scatta il coprifuoco quindi ci incamminiamo affrettando il passo il più possibile sperando in un passaggio. Sono inquieta. Massimo ride come un incosciente. Ha fumato parecchio e l'ansia non lo sfiora minimamente. Ecco il rombo di un motore in lontananza dietro di noi. Spunta una camionetta militare. Accidenti. Dico a Massimo di smettere di ridere, di tacere assolutamente e lasciar parlare me. Se apre bocca il suo stato alterato sarebbe evidente. L'hashish è illegale qui, solo ai sadhu è concesso fumare per motivi religiosi. Come previsto la camionetta accosta e si ferma. Sfoggio un sorriso innocente e dico che abbiamo fatto tardi, e se per piacere ci danno un passaggio, così non arriviamo in hotel dopo le nove. "Prego, salite pure" poi le solite domande di rito ma niente controllo passaporti. Sono giovani e per niente minacciosi ma comunque dico loro che Massimo non sa l'inglese e lui, annuisce con sorriso beato... Quando arriviamo nella piazza di Manali tiro un sospiro di sollievo. Scendiamo, ci fanno ciao con la mano. E' andata.

* Rohtang Pass, a volte anche chiamato Rohtang La è un Passo di montagna  himalayano, nello stato dell'Himachal Pradesh. Il passo collega la Valle di Kullu con Lahaul. Il nome Rohtang significa "cadaveri" a causa delle parti pericolose dove la strada passa sopra i precipizi. Dal lato sud della strada del passo, sul lato sopravvento del Grande Himalaya, cadono spesso pioggia e neve, che possono peggiorare parecchio le condizioni della strada. Un altro motivo per cui il passo è pericoloso è l'elevato traffico rispetto ad altri passi attraverso l'Himalaya. Io a quel tempo, ovviamente, non sapevo nulla di tutto ciò.

** Boom Shankar! Invocazione al dio Shiva (Shankar): deriva proprio dall'uso del chillum e dal rito praticato dai santoni che, innalzandolo sulla fronte prima di accenderlo, invocano Shiva e gli altri dei affinché giungano a loro per condividere l'hashish. 


CONTINUA CON LA 12° PARTE: 
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martedì 20 ottobre 2020

 RICORDO INDIANO - AGOSTO 1987 

     10° parte - Ancora Delhi e poi Shimla





Mentre il treno si allontana lentamente dalla stazione di Varanasi, davanti agli occhi della mente sfilano i volti, i sadu che fumano e ridono, Pandit e sua moglie, l'immenso e placido Gange, i suoi gaht, i fuochi. Il cuore è pesante e una lacrima sfugge. Difficilmente rivedrò questa città se non in sogno. Forse. 

Torniamo a Delhi. La città sembra un po' più accogliente, sarà l'abitudine. Domani prenderemo il bus per Shimla, si va al nord nell'Himachal Pradesh per raggiungere Manali. Sarà la nostra base per i giri nelle valli che tutti ci raccomandano per loro bellezza. Manali è famosa per il commercio di hashish quindi è la meta di moltissimi che amano fumare questa droga. Noi andiamo per le montagne, i paesaggi e le genti. In realtà ha deciso Massimo e a me sta bene.  

E' tempo di spedire un altro telegramma a casa. All'ufficio postale la solita coda e il solito caldo soffocante. Siamo tutti impregnati di sudore. Ad un certo punto, un profumo conturbante mi fa voltare istintivamente. Si è aggiunto alla coda un Sickh*. Altissimo, col tipico turbante, dalla bellezza mozzafiato. Mi giro verso lo sportello per evitare di fissarlo ma il profumo è insistente come un richiamo. Mi volto di nuovo, mi soffermo sul viso e mi sfugge un sorriso. Ricambia. Il mio cuore accelera talmente che temo si possa sentire. Il calore aumenta ancora e mentre lo sportello si avvicina sempre di più, provo imbarazzo perché vorrei voltarmi di nuovo ma con un grande sforzo ci rinuncio.

Rifletto sull'effetto che la Bellezza ha su di me, la bellezza di un profumo, di un volto, penso alla magia della natura che si è inventata gli irresistibili feromoni per attirare l'altro sesso. Questo profumo dolciastro evoca le belle illustrazioni dei libri di fiabe orientali che sfogliavo da bambina quando, a causa dei frequenti mal di gola, rimanevo a casa da scuola. Mi immedesimavo, facevo sogni ad occhi aperti ascoltando il 45 giri allegato e le melodie delle canzoni mi trasportavano in quei luoghi lontani distraendomi dai malesseri a cui ero ormai abituata. 

Respiro profondamente e mi giro per l'ultima volta per un addio; sorrido all'impiegata e detto il telegramma: TUTTO BENE BELLO POCA PIOGGIA TRA POCO AI MONTI LOVE.


Il bus arriva a Shimla nel tardo pomeriggio. Capisco ora perché era così amata dagli inglesi. Siamo in pieno agosto e il cielo sembra quello di ottobre. Cade una pioggerella finissima e sulle montagne le nuvole sono bianche, basse e sfilacciate. Siamo circa a 1900 metri, non fa freddo ma l'umidità mi provoca forte disagio. Troviamo un alberghetto di legno e io approfitto per mettermi addosso tutto quello che ho di caldo. Facciamo un giro e capitiamo nel bel mezzo di una festa, molto composta e graziosa, dove ci sono ragazze che danzano e cantano, qualche uomo suona e poi si unisce a loro per fare una specie di piramide umana. La semplice allegria di questa gente ci dà il benvenuto in questo stato himalayano. 
Mangiamo una zuppa calda e andiamo a dormire vestiti a causa dell'umidità. Meglio riposare, ci aspettano dodici ore di viaggio per fare 237 chilometri. Non vedo l'ora di andarmene...


* Sikh Comunità religiosa e politico-militare dell'India. Fu fondata nel Punjab da Nānak (1469-1538) nell'intento di unire indù e musulmani nella fede in un Dio unico, che non doveva essere rappresentato con figurazioni materiali, e nel rifiuto di ogni distinzione castale.

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sabato 29 agosto 2020

                                                         RICORDO INDIANO - AGOSTO 1987 

     9° parte - Varanasi




"Varansi Varansi Varansi!" Tutti hanno in bocca il nome della città pronunciato in questo modo abbreviato. Finalmente si scende. Dal 1947 nessuno qui la chiama più Benares come l'avevano ribattezzata gli inglesi. Fondata circa 3500 anni fa, il suo primo nome fu Kashi*, la città della luce.

Scendiamo dal treno, incubo finito. Respiro, l'aria più fresca. Cerco subito un risciò a motore, una specie di Ape, e prego di portarci velocemente ad una bottega, un baracchino, un bar, insomma qualsiasi posto dove vendano acqua minerale o altre bibite. Ci carica e corre veloce. Mentre arriviamo al primo albergo possibilmente non troppo economico che conosce, visto che siamo distrutti, cominciamo a bere. Quando scendiamo ci siamo già scolati un litro d'acqua, una Campa Cola e un succo di mango a testa. 

L'albergo è decisamente più confortevole del solito; per l'equivalente di 10.000 lire, invece delle solite 2000, abbiamo l'aria condizionata (che non accendiamo comunque), un letto comodo e pulito, cibo anche "continentale", come lo chiamano gli inglesi.
Mi faccio la doccia, mi guardo allo specchio e noto che la mia pancia è molto gonfia per tutti i liquidi ingurgitati. In compenso tutto il resto è un po' rinsecchito; mi stendo sul letto e mi godo la frescura delle inusuali lenzuola profumate.
L'acqua e il breve riposo mi fanno riprendere come una piantina dopo la pioggia. Sento la voglia irrefrenabile di correre al Gange** il sacro fiume. Arriviamo al tramonto e lo spettacolo è a dir poco abbagliante.

Sono persa nella visione. Tutto è tranquillo ed emana pace. La luce dorata del tramonto a poco a poco sfuma in un azzurro intenso, i canti, l'odore intenso dell'incenso, la gente intenta a bagnarsi, a lavarsi, a pregare sui i ghat, grandi gradini che portano al fiume. Tutto è perfetto. Dietro di noi udiamo cantare sommessamente. Un gruppo di persone segue un padre che tiene in braccio un piccolo corpo avvolto in un lenzuolo bianco. Nessuno piange. Il corteo si dirige verso una pira accesa. Distolgo lo sguardo per rispetto a questo rito privato così composto, così rassegnato, così dignitoso.

Decidiamo di prendere una barca per un giro sul Gange con alcuni pellegrini indiani. Il fiume è verde e tanti fiori galleggiano sulla corrente. L'atmosfera è particolarissima difficilmente descrivibile a parole. E' un misto di devozione, sacralità, magia. La luce del tramonto colora tutto di malinconia e i canti struggenti si perdono nell'odore dolciastro dell'incenso.      





Il mattino dopo cerchiamo un risciò che ci porti a visitare la città. Qui i risciò sono ancora quasi tutti a pedali portati da magri indiani scalzi. Imbarazzo. Ci avvicina un piccolo uomo, un paria. Dice di chiamarsi Pandit, si presenta in inglese e ci mostra orgoglioso il suo book, un quaderno in cui tanti turisti hanno scritto complimenti, ringraziamenti e dolci parole di saluto e augurio. Ci sono anche alcune foto con loro, la sua candida intraprendenza ci colpisce. Lui arriva ogni mattina alle dieci per 4-5 giorni per portarci in giro dove vogliamo. Meglio che cambiare ogni giorno o più volte al giorno.

Pandit si rivela una persona meravigliosa. Con un inglese elementare riusciamo a parlare di un po' di tutto: la sua vita di paria, un pasto al giorno alla sera, una moglie e due figli, tanti turisti da tutto il mondo, la vita a Varanasi, la marijhuana che qua cresce ovunque lungo i muri. Le mucche la mangiano spesso e rimangono imbambolate in mezzo alla strada bloccando il traffico. I ricordi di Varanasi sono sfocati, costante stato di benessere estatico. Mi piace tutto: il fiume, la luce, gli odori, i negozi, il cibo, i viali, Pandit che ci trasporta allegramente. 

Facciamo partecipe Pandit del terribile imbarazzo che ci prende nel farci trasportare da lui che fatica sotto il sole, come odiosi colonizzatori. Ci spiega che non dobbiamo sentirci così perché è il suo lavoro, vive di questo, e se non ci fossero i turisti come noi non guadagnerebbe nulla. Saliamo e cerchiamo di goderci il viaggio. Pandit ci aspetta è sotto l'hotel alle dieci meno un quarto. Ci consiglia sempre sui prezzi e ci porta dove vogliamo. Andiamo a prendere un lassi e lo invitiamo ad entrare nel locale. Ci dice che ci aspetta fuori. Insistiamo e lui ci dice che non può. "Perché non puoi?" "Perché sono un paria, non posso entrare nei locali pubblici", "Ma ci siamo noi", insiste Massimo, lui indietreggia, ringrazia ma ribadisce che è sconveniente e che ci aspetta fuori. 

Entriamo nel locale, ordiniamo tre lassi per consumarli fuori insieme a lui. Gli dico che è vergognosamente anacronistico e che personalmente non accettiamo questo sistema che fu comunque abolito ufficialmente nel 1950. Ci dà ragione ma dice che non si può far nulla e che tanto vale non prendersela e cercare di vivere bene lo stesso. Ancora saggezza di umili persone. Supremo insegnamento. A ribellarsi dovrebbe essere l'intera società ma evidentemente la coscienza non è ancora così pronta e sicuramente questo sistema fa ancora comodo a troppi.



Arriva il nostro ultimo giorno anche a Varanasi. Facciamo un giro a piedi per curiosare nelle botteghe. Mi attira una di profumi e oli essenziali. In negozio c'è una donna che parla inglese molto bene. Parliamo di profumi e poi finiamo per parlare di Varanasi e dell'India in generale. Un'amabile conversazione, sarà l'unica intrattenuta con una donna in quaranta giorni di viaggio.
Ci facciamo riportare sul Gange e rimaniamo a chiacchierare con alcuni ragazzi che fumano grossi chillum. Essendo una pianta sacra al dio Shiva, viene usata da millenni per i riti e questi giovani semplicemente approfittano del clima permissivo e dei tanti sadu che fumano per motivi religiosi. Ci sembrano allegramente sballati e anche Massimo si unisce alla compagnia per una tirata o due. Ci confermano che a Varanasi la marijuana è legale e Pandit ci offre di portarci a bere un buon bhang lassi***.
Siamo ormai in grande confidenza e mentre beviamo, non senza un po' di trepidazione, la dolce bevanda,  Pandit ci invita a cena a casa sua. Incredibile.

Passiamo in albergo a lavarci e cambiarci e diamo appuntamento a Pandit per venirci a prendere più tardi. Dopo circa un'oretta l'effetto del lassi "drogato" comincia a farsi sentire. Mi prende un'irrefrenabile voglia di ridere e scherzare e anche Massimo è dello stesso umore. Finalmente, dopo circa quindici giorni riusciamo a stare bene insieme, faccio fatica a vestirmi a causa dell'assurda ridarola e accenniamo persino a qualche affettuosità. Viva Shiva e la sua pianta sacra!

Pandit arriva con il suo risciò, puntuale, cambiato e un po' più elegante. Noi giustifichiamo la nostra "allegria" incolpando il lassi e ci facciamo trasportare nella sera da questo omino gentile, la mente completamente libera. La vita mi pare una meravigliosa avventura.


La casa di Pandit consiste in una stanza al piano terra e un'altra al piano di sopra ma senza collegamento interno. Quasi tutto lo spazio è occupato dal letto sul quale ci fa accomodare dicendoci che arriverà sua moglie che sta finendo di preparare. La porta è aperta per far entrare aria visto che non ci sono finestre e alcune teste si affacciano per curiosare. Sono i vicini, spiega Pandit, incuriositi dagli strani ospiti. Sua moglie arriva con due grandi vassoi di pietanze profumate e fumanti. Ci alziamo per salutare all'indiana ma lei, dopo aver posato i piatti, ci saluta inchinandosi e sorridendo, ed esce in retromarcia. Diciamo a Pandit di chiamarla e dirle di rimanere, ci farebbe molto piacere averla qui con noi; ci spiega che per lui non sarebbe un problema ma che lei non intende stimolare pettegolezzi. L'allegria si smorza un po' e cominciamo a mangiare in silenzio mentre notiamo le teste di alcuni vicini che si sporgono all'interno dalla porta aperta sul cortile.

Pandit comincia a parlare dicendo che i suoi bambini stanno mangiando sopra con la madre e, scostando una tendina, ci mostra con orgoglio i loro quaderni di scuola su uno scaffale. Dice che non vuole altri figli perché desidera che studino, non vuole che facciano la sua stessa misera vita. Ovviamente gli diamo ragione e mentre parla sento una strana vicinanza con questo uomo. Mi accorgo di sapere in anticipo ogni singola parola che sta per pronunciare ma la cosa non mi sorprende, anzi, mi pare una logica conseguenza del legame che si sta creando tra noi.
Ci confessa di avere, per se stesso, un unico grande desiderio: vedere Venezia. Col nodo in gola recito dentro di me una preghiera per lui. Incredibile Pandit dall'età indefinibile... chissà dove sei ora? 

Ho la sensazione che dietro la tendina, al posto dello scaffale, ci sia una stanza. La sensazione è così reale che mi ritrovo a scostare la tenda ogni dieci minuti. Il cibo è di una bontà indescrivibile e non c'è paragone rispetto a ciò che mangiamo nei ristorantini. Come ormai abbiamo imparato, si usa solo la mano destra, si ride e si chiacchiera ancora fino a tardi perdendo la concezione del tempo. E' buio già da un po', e Pandit ci deve riportare all'hotel, ma prima Massimo vuole provare a guidare il risciò. Io e Pandit ci accomodiamo ridendo. La schiena di Massimo sembra enorme rispetto a quella che avevo davanti da giorni. Cerca di pedalare ma non sembra così semplice e dopo qualche tentativo fallito rinuncia tra le nostre risate scomposte.

Ci diciamo addio in strada davanti all'albergo e penso che pochi addii sono stati così struggenti nella mia vita. Il cuore si spezza. Forse è stato più triste solo quello che avevo dato a Dave, all'aeroporto di Chicago, nell'agosto di sei anni prima, dopo ben quattordici mesi di convivenza passati negli Stati Uniti.




* Nel Ṛgveda, uno dei quattro sacri Veda, la città viene chiamata Kāśī (Kashi) dalla radice verbale sanscrita kaś- che significa "risplendere", perciò viene anche chiamata la "Città della luce". I testi religiosi indù fanno riferimento a Varanasi utilizzando numerosi epiteti, come Avimukta (=mai abbandonata" da Shiva), Ānandavana (=la foresta della beatitudine), e Mahasmashana (=il grande luogo delle cremazioni).

** Il Gange è considerato la forma materiale della dea Ganga.

*** Bhang è il nome Hindu per Cannabis. Il bhang lassi è a base di cannabis, miele, spezie, yogurt e frutta  

**** Le caste sono quattro: i Brahmani sacerdoti e intellettuali, i Kshatriya guerrieri e nobili, i Vaishya mercanti e artigiani, i Shudra servitori. Infine vengono i Dalit, o intoccabili che si trovano al di fuori del sistema delle caste e svolgono mestieri ritenuti impuri. L'origine del sistema delle caste è ancora un enigma e vi sono tre teorie antropologiche che cercano di spiegarla.


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domenica 16 agosto 2020

     RICORDO INDIANO - AGOSTO 1987 

     8° parte - Agra


  

Dopo sei giorni in questa oasi di pace, torniamo a Delhi col solito bus ma ripartiamo subito il giorno dopo. Vogliamo raggiungere la città santa di Varanasi, nello stato dell'Uttar Pradesh, un tempo chiamata Benares dagli inglesi. Il viaggio in treno si prospetta di circa dodici ore quindi decidiamo di spezzarlo facendo tappa ad Agra, a soli 150 km, dove si trova uno dei simboli dell'India: il famosissimo mausoleo Taj Mahal*.

Primo impatto con i lentissimi treni indiani... c'è ancora la terza classe, la usano i contadini che salgono con i sacchi di merci e si siedono per terra perché i vagoni sono senza sedili, tipo carro bestiame con le porte aperte. Invece in prima e in seconda classe, dove siamo noi, ci sono delle sbarre ai finestrini senza vetro. Certo nessuno può sporgersi e cadere, ma neanche uscire in caso di emergenza! Scaccio i brutti pensieri leggendo Siddharta di Hermann Hesse, che mi accompagna fedele.

Arriviamo ad Agra nel tardo pomeriggio, è appena piovuto e l'aria è abbastanza fresca. La stazione è ancora più "indiana" di quella di Delhi, le mucche sono ovunque, persino sui ponti sopraelevati di passaggio. Io però non mi sento benissimo. Stavo chiacchierando molto piacevolmente mentre bevevo l'ultimo lassi a Pushkar... forse non ho controllato, ci doveva essere del ghiaccio che evito sempre accuratamente per evitare di prendermi l'ameba, terrore di ogni turista occidentale. Noi occidentali non hanno gli anticorpi per l'ameba come gli indiani, quindi bisogna evitare di bere acqua dalle fontane, di mangiare frutta appena lavata con la buccia, e qualsiasi bevanda che sia fatta con acqua o con aggiunta di ghiaccio. Trovare acqua minerale non è facilissimo ma non impossibile, e se non si trova quella, ci si accontenta delle bibite dolciastre al mango o della Campa Cola**, la versione hindu della Coca Cola. "Se non bevi Campa Cola in India non campi". La battuta di spirito viene fin troppo facile... 

Ci sistemiamo in uno dei soliti alberghetti economicissimi, sento di avere un po' di febbre e comincio a pregare che sia solo la famosa ed innocua maledizione del viaggiatore. Massimo va subito a visitare il Taj Mahal e io rimango sola nella mia stanzetta sotto le pale del ventilatore che girano lente. Massimo ha dimenticato la macchina fotografica... per oggi niente meraviglia del mondo.


Va un po' meglio il giorno dopo ma sono ancora disturbata. Nel tardo pomeriggio ripassiamo dal Taj Mahal, lo voglio vedere almeno da fuori, la visita sarebbe troppo lunga. Il caldo è veramente insopportabile. L'impressione è che sia tutto luccicante, come fatto di zucchero (l tempo ha alterato i colori delle diapositive virandole al blu, ma ho voluto lasciare così com'è la foto. Mi sembra l'altro ieri... sono passati trentatré anni.)

Non vedo l'ora di ripartire. Il ragazzo tedesco incontrato al Taj Mahal parla delle zanzare di Varanasi e ci consiglia di iniziare la profilassi con la clorochina. All'inizio del viaggio mi lavavo i denti con l'acqua minerale, prima di bere mettevo  gocce di amuchina anche in quella e prendevo clorochina poi mi sono rilassata pur rimanendo vigile e ho cominciato a godermi la realtà nella quale mi trovavo cercando di fluire il più possibile senza fare resistenza. Da lontano sembra sempre tutto più pauroso e terribile. Ho constatato che prendersi malattie serie non è così facile e col monsone in ritardo di zanzare neanche l'ombra. 

Il giorno dopo alla stazione, solita coda estenuante per i biglietti. Arrivo davanti allo sportello alle 12 meno un minuto e il bigliettaio tira giù la grata! "Eh no! Non sono ancora le 12!!" - "Sorry lady, now we close" (=Scusa signora, ora si chiude).
La forza della disperazione mi tira fuori un'insospettabile cipiglio da colonialista bianca e alzo la voce: "Call me your boss!" (=Chiamami il capo). L'impiegato riapre subito lo sportello e ci fa i biglietti... 
Mi ritrovo a riflettere sul potere che esercita la razza bianca alla quale appartengo. Da un lato il sollievo del poter evitare un ennesimo disagio fisico, dall'altro profonda vergogna. Vero è che gli indiani sono rigidi e la loro burocrazia asfissiante, ma questo non giustifica gran che.

Saliamo sul treno, lo zaino mi ha procurato due escoriazioni sulle clavicole che cominciano a dar noia e non vogliono guarire. Disinfetto, spalmo crema antibiotica, metto sopra fazzolettini puliti. I passeggeri osservano inespressivi queste operazioni come se guardassero un programma un po' noioso in tv.
Una bella signora con due bimbi siede di fianco a me. I bimbi dormono, il piccolo in braccio, l'altro di circa sei anni appoggiato alla mamma. Il viaggio è lungo. Dopo due ore il neonato viene cambiato velocemente e con gesti sicuri senza che nessuno si accorga di nulla. La mamma è molto dolce e attrezzatissima. Il più grande si sveglia, chiede acqua, beve e torna a dormire. In dodici ore ho sentito la sua voce solo due volte per chiedere acqua e cibo. Penso ai nostri lamentosi mocciosetti e alle loro madri apprensive e appiccicose e sento pena per la nostra società che tanto si auto-incensa per le sue grandi conquiste.

Ci svegliamo all'alba dopo una notte da incubo, nella cuccetta nella quale non riuscivo né a ripararmi, né a lamentarmi, per l'aria che entrava forte dal finestrino spalancato. Io e Massimo nella notte abbiamo finito l'acqua minerale. La sete che diventa sempre più insopportabile. Lui è in stato catatonico, io agitata perché perdo acqua non solo col sudore... la cosa si fa seria. Ad ogni stazione scendo di corsa dal treno e cerco affannosamente i soliti venditori di bibite ma, ahimè, vedo solo fontanelle ma non posso rischiare. Sul treno passano i bambini-venditori di tè bollente con le tipiche scodelline di terracotta*, quelle che tutti buttano a terra e che si disintegrano in breve tempo con le intemperie. Purtroppo è come versare cucchiaiate d'acqua in una barca con la falla. All'ennesima stazione, sempre più disperata, mi trattengo sul marciapiede forse un po' di più e il treno accenna lentamente a ripartire. Corro veloce e prima che il treno cominci ad accelerare, riesco ad agganciare il maniglione della terza classe e a salire con un balzo. Mi ritrovo in mezzo a un gruppo di anziane contadine accovacciate a terra in mezzo a sacchi di mele. Mi guardano mute. Accenno un sorriso. Una di loro sorride in risposta. Mi accovaccio guardando fuori dalla porta aperta. Non ho voglia di morire di sete... Scopro che non posso accedere al nostro vagone perché la terza classe è chiusa al resto del treno. Immagino Massimo che mi dà per dispersa. Provo di calmare l'ansia. Ho la lingua appiccicata al palato, so che ora è bianchissima, cerco di produrre saliva e di inumidire le labbra ma non riesco. 

La contadina che mi ha sorriso nota i miei sforzi e mi offre una mela. Faccio no con la testa indicando la bocca secca ma lei insiste facendo il gesto di succhiare la mela invece di morderla... saggia donna... Il succo acidulo mi dà un po' di sollievo. Ancora linguaggio non verbale, ancora immediatezza. 

Il treno si ferma, saluto calorosamente, salto giù di corsa e risalgo in seconda classe. Raggiungo Massimo e lo trovo che dorme tranquillo con la bocca aperta. Probabilmente non si è accorto di niente.
Altra lezione sull'ansia: è quasi sempre immotivata oltre che inutile.

 Tazzine di terracotta. Da molti anni sono di plastica e contribuiscono all'inquinamento praticamente inesistente al tempo di questo viaggio, nel 1987

** Il Tāj Maḥal è un mausoleo situato ad Agra, nell'India settentrionale (stato di Uttar Pradesh), costruito nel 1632 dall'imperatore moghul Shāh Jahān in memoria dell'amatissima moglie preferita Arjumand Banu Begum, meglio conosciuta come Mumtāz Maḥal. Nonostante vi siano molti dubbi riguardo al nome dell'architetto che lo progettò, generalmente si tende a considerare Ustad Ahmad Lahauri il padre dell'opera. Compreso dal 9 dicembre 1983 nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO e inserito nel 2007 fra le nuove sette meraviglie del mondo, è da sempre considerato uno delle più notevoli bellezze dell'architettura musulmana in India.

*** Campa Cola era una marchio relativo a una bibita in vendita in India fino al 2000. Leader del mercato in alcune regioni del paese finché non sbarcarono i due colossi Pepsi e Coca Cola dopo le liberalizzazioni del mercato attuate dal Primo Ministro Pamulaparthi Venkata Narasimha Rao nel 1991. Campa Cola fu creata dalla Pure Drinks Group Pvt. Ltd. nel 1977, ed è da considerarsi la pioniera delle bibite nel paese asiatico, anche perché vi introdusse la Coca-Cola nel 1949. La Coca-Cola fu cacciata dall'India negli anni settanta. Quindi la società monopolizzò l'intera industria indiana delle bibite per 20 anni senza concorrenza alcuna soprattutto da parte degli stranieri.



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