domenica 17 luglio 2022

Vedi Napoli poi muori!






Un passato ancestrale riverbera dai muri, dai monumenti, dalla gente.
Nei vicoli l'atmosfera è leggera nonostante l'incombere da sempre di Lei: 'a Muntagna.

Il traffico infernale annulla qualsiasi sensazione, è omologato e omologante. La differenza con qualsiasi altra città italiana è solo nei gigantali palazzi spagnoli che appena si intravedono nel caos.

Al contrario, nei vicoli di Forcella e dei Decumani, la zona comunemente chiamata Spaccanapoli, il vociare di sottofondo è interrotto a cadenza regolare solo dallo scoppiettante motore degli scooter che fanno la gimcana tra i passanti. L'
odore di pummarola si avverte già da metà mattina e sempre qualcuno canta, qualcun altro chiama o impreca, sempre cantando. I cinque sensi si esaltano e la vista quasi si annebbia tanta arte è in ogni angolo...

L'atteggiamento fatalista e baldanzoso nei confronti della morte è quasi sottinteso e come incarnazioni di Pulcinella tutti sbeffeggiano la morte  per esorcizzarla, al contempo rimane un tabù e non se ne parla mai seriamente.

Goethe la descrive come un paradiso nel suo "Viaggio in Italia". Fortunato lui, nel coglierla nel momento di maggior splendore, quando i fumi del progresso non avevano ancora violentato la trasparenza del mare, le colline di agrumeti e orti infiniti, il golfo la cui vista toglieva il respiro. 

L'anima di Napoli riuscì a coglierla perfettamente il pittore Giandomenico Tiepolo nei  suoi metafisici Pulcinella che rappresentano il popolo tutto, la napoletanità fatta persona.




Era nascosta nel cuore della povera gente dei "bassi" la forza incosciente e istintiva come quella del vulcano, che liberò la città dai nazisti nelle famose "quattro giornate"(1). Dopo la guerra la città tutta, cioè uomini donne scugnizzi e femminielli, fu insignita dalla medaglia d'oro al valor militare ma penso che la maggior parte non lo venne a sapere.

Molti di Napoli hanno timore. E fanno bene. Le sue contraddizioni sono estreme ed è meglio assecondare il genius loci che ancora la domina. Si nasconde negli angoli dei vicoli più stretti divertendosi a tirar brutti scherzi a chi le fa resistenza.
 
Nel '500 la raffinatissima "Villanella alla napoletana"(2), nel '700 l'ipnotica tarantella(3), nell'800 e '900 la canzone classica napoletana che interpreta magistralmente le passioni umane(4), vennero tutte a galla dal passato dopo la Seconda Guerra mondiale, forse proprio a causa dell'impresa straordinaria dell'auto-liberazione. 


Raccontare Napoli è impossibile. 
Solo la poesia ci riesce.
Pino ci è riuscito alla perfezione(5).




Napule è...
Napule è mille culure
Napule è mille paure
Napule è a voce de' criature
Che saglie chianu chianu
E tu sai ca' non si sula
Napule è nu sole amaro
Napule è ardore e' mare
Napule è na' carta sporca
E nisciuno se ne importa
E ognuno aspetta a' sciorta
Napule è na' camminata
Int'e viche miezo all'ate
Napule è tutto nu suonno
E a' sape tutto o' munno
Ma nun sanno a' verità
Napule è mille culture
(Napule è mille paure)
Napule è nu sole amaro
(Napule è addore e' mare)
Napule è na' carta sporca
(E nisciuno se ne importa)
Napule è na' camminata
(Int' e viche miezo all'ate)
Napule è mille culure
(Napule è mille paure)
Napule è nu sole amaro
(Napule è addore e' mare)
Pino Daniele






lunedì 13 giugno 2022

 La parentesi inattesa




Settecento metri. Tanto era lunga la nostra passeggiata clandestina. Infatti i metri concessi "per portare fuori il cane" erano solo 200 ma noi il cane non ce l'avevamo e di metri ne facevamo 700 ad andare e 700 a tornare, tanto è lungo il viale alberato di corso Regio Parco.  La pavimentazione di porfido finisce con "la rotonda del tram Diogene" e dopo, solo ghiaietta ed erba con margheritine spontanee. Arrivati al limite pedonabile c'è l'incrocio, e al di là di quello il maestoso cimitero monumentale anch'esso da qualche giorno inaccessibile. Lì ci fermavamo e tornavamo sui nostri passi.
E' incredibile come un luogo che ci è sempre stato sotto il naso riveli tanti particolari quando lo si osserva giorno dopo giorno, con attenzione. Immagino succeda così durante l'ora d'aria in carcere. Quelle nostre passeggiate veloci erano attese, pregustate e godute fino in fondo, anche con la pioggia.
Una primavera spettacolare quella del 2020, l'anno della Grande Paura. 

La bellezza sfacciata della natura contrastava potentemente con i pensieri dominanti nella sfera umana. Senza traffico un silenzio irreale dominava su tutto lasciando finalmente affiorare i canti dei vari uccelli che abitano, ignorati, i viali alberati e i parchi. Gli uccelli del parco del Po si avventuravano in città. Un airone cinerino attirò la mia attenzione un giorno mentre riflettevo al mio posto, all'ombra dell'acero. Una tartaruga riposava, un altro giorno, sulla sponda fangosa, un altro ancora, uno svasso (non se ne vedono mai in città), pescava tranquillo facendo lunghe immersioni sott'acqua. In altre città più piccole si vedevano anitre con dietro la fila di anatrini attraversare la strada e cerbiatti guardare incuriositi la loro immagine riflessa nelle vetrine, la pietra levigata del marciapiede un po' troppo scivolosa per i loro zoccoli... La natura finalmente respirava. E noi con lei.

Col passare dei giorni, un richiamo irresistibile fuori e dentro di noi ci spinse a cambiare percorso. Attraversare l'incrocio, costeggiare il parco, e ritrovarsi sull'altro fiume, era diventata un'eccitante impresa.
Il fiume scorreva come sempre indifferente ma in quei giorni silenziosi profumava di fresco e di pulito, le sue acque limpide lasciavano vedere bene il fondo e la sua voce si poteva finalmente ascoltare.

Spostammo l'orario dei pasti di un'ora in avanti, alle 14 e alle 21, infatti alle 13 e alle 20 non si incontravano neanche i soliti cani con padrone... tantomeno i carabinieri.
Col passare del tempo le giornate si allungavano e i tramonti dorati erano sempre più frequenti.
Le nostre ore d'aria si facevano sempre più lunghe e clandestine. Il lungofiume con le sue sponde scoscese ed erbose era assolutamente irresistibile e il fogliame sempre più fitto trasmetteva un senso di protezione da sguardi indiscreti. 
Fu così che un giorno feci la conoscenza di quello che è diventato "il mio albero". Un acero giapponese. Le sue piccole foglie a cinque punte sono graziosissime.
Il mio albero fa parte di una famigliola di tre e lui, più in basso sulla sponda, si sporge sul fiume come a volerlo toccare. Sotto la sua ombra dolce tante volte mi sono fermata ad ascoltare il fiume che ripete all'infinito la sua cantilena: nulla rimane, tutto passa, tutto passa, tutto passa e va...

Sono passati infatti, più di due anni da quella primavera. In certi momenti mi ritrovo a sentire una struggente nostalgia di quei mesi silenziosi ma ricchi di nuovi pensieri, speranze, scoperte all'interno di me. 
La strana sospensione del tempo, le serate finalmente senza il sottofondo dei notiziari. Al loro posto le parole di Alessandro Manzoni! Il suo celebre romanzo letto dalla voce profonda dell'attore che leggeva sul canale culturale nazionale, condiva di meraviglia l'ora di cena. Riscoprire l'estetica del nostro idioma, la profondità di comprensione dell'animo umano, la bellezza dell'arte di uno dei nostri autori più celebri, spesso letto troppo presto per poter essere apprezzato e quindi relegato tra "i classici". E poi la musica. Musica registrata su audiocassette ancora incredibilmente sane dopo quarant'anni, riscoperta tra i miei cimeli statunitensi, sprizzava energia e ricordi di quello che mi è sempre parso l'anno più bello della mia vita. Ogni brano una storia di quell'anno lentissimo, infinito. Musica classica e musica per danzare in 45mtq come in una pista da ballo, come quella volta a Pasquetta, per la gioia di rivedere i vicini di ballatoio dopo un mese e mezzo. Mangiare insieme all'aperto nel sole di aprile è stata una vera grazia dal Cielo... 

Impensabile nostalgia di pace e gioia in uno dei periodi più orridi della storia umana.
Ci siamo salvati sulla nostra zattera d'amore. Ci siamo stretti più forte nella tempesta riparandoci con la nostra intimità ritrovata, confermata dal tempo, aggrappandoci all'ironia, ai sorrisi e agli abbracci, al canto dei merli, alle piccole cose buone di sempre, alle parole eterne dei Maestri e dei saggi. Ci siamo riparati con loro dall'inarrestabile marea di parole che ogni giorno tracimava dalla rete.  Dalla strada arrivavano le urla delle ambulanze e ogni volta lo sforzo per rimanere in equilibrio e non farsi trascinare dalla Grande Paura.

E i bambini, gioielli brillanti oltre lo schermo che separa. Tanto lavoro "a distanza", ma le ore scivolavano via veloci come quando si crea, e allora non è più lavoro ma tempo di qualità, vita vissuta nell'entusiasmo del trovare sempre nuove strade per stimolare curiosità ed entusiasmo nonostante la "reclusione" di quei piccoli angeli.

E la preghiera. Una preghiera senza religione, onnicomprensiva.
"Che questo almeno possa servire e tramutarsi in Bene"... ma ho capito, col senno di poi, che non era Causa ma Effetto. Alcuni lo chiamano Karma, effetto di infinite cause, infiniti affronti alla nostra Madre Terra e al nostro Padre Spirito.
E allora bisogna solo aspettare che passi la notte, e intanto sognare, immaginare e lottare per un nuovo mattino. 


Haiku 2020

Sussurra il fiume,

galleggia il fiore verso il mare.

Io con lui.

 



domenica 5 giugno 2022

Piccolo grande dramma a lieto fine


Bellinzago novarese 4 giugno 2022.

Oggi ho assistito ad un dramma a lieto fine. Un piccolo di merlo é caduto dal nido nel cortile del signor Enrico. Ancora incapace di volare aveva tentato un primo lancio verso terra di prima mattina.
La micia dei vicini, Tino e Grazia, era pronta per acchiapparlo ma entrambi i genitori hanno attaccato la micia con picchiate vertiginose che finivano a pochi millimetri dalla sua testa, finché ha pensato bene di andarsene.

Purtroppo il piccolino dalle zampe sproporzionatamente lunghe, ha tentato un balzo ma é solo riuscito ad infilarsi dentro il garage semiaperto del signor Enrico dove la micia avrebbe avuto facile accesso. 

Dalle 9 alle 15,30  i due genitori hanno continuato ininterrottamente a chiamare il piccolino per farlo uscire con veri e propri urli spaccatimpani e voli frenetici avanti e indietro dal nido nel sottotetto, al cortile del signor Enrico.

Finalmente verso le 16 il piccolo esce... Io, Gianni, Emilio e il signor Enrico cerchiamo di capire come fare per prenderlo finché, esasperato, Emilio chiama sua moglie che si rivela esperta di uccellini caduti. Arriva poco dopo armata di guanti di plastica, e con mosse sicure e tranquille lo prende senza sforzo o impaccio e lo porta nel giardino dell'anziano signor Roberto che abita di fronte.

Due secondi dopo i due genitori arrivano dal figlioletto spaventato... lieto fine.

Emilio dice che a quel punto gli porteranno cibo per terra e gli insegneranno a beccare a terra finché fra qualche giorno sarà in grado di volare. Se si tenta di raccogliere i piccoli e li si lancia per farli volare, il più delle volte si vanno a schiantare su qualche ostacolo e muoiono sul colpo.

Quasi tutti ignoriamo il vivere di queste creature che ci circondano numerose anche in città. Il nostro pensiero antropocentrico è, da un certo punto di vista, piuttosto ridicolo: il "capolavoro della natura" sta mettendo a rischio la vita su questo pianeta, l'unica Casa che abbiamo, l'unico pianeta con forme di vita nel raggio di qualche migliaio di anni luce.




sabato 21 maggio 2022

Esplorazioni in un giardino urbano nel cuore di Torino

di Alberto Selvaggi*Torino 14 giugno 2021

botanico, Istituto per le Piante da Legno e l'Ambiente (IPLA) di Torino

Immagini tratte dal profilo della community Facebook Prinz Eugen




Mi trovo in un pomeriggio di tarda primavera nel giardino dell'ex Buon Pastore (Prinz Eugen) di corso Principe Eugenio, a esplorare un giardino lasciato ad una evoluzione quasi libera da decenni, dove i limitati interventi e le scarse frequentazioni umane hanno lasciato intatta una natura originatesi dall'iniziale impianto di giardino, successivamente arricchitesi di specie arrivate da luoghi diversi e con modalità diverse. Un luogo estraneo alle frequentazioni dell'uomo, se non limitate, e ancora più estraneo da interventi di gestione e di cura "tradizionali".

E' un giardino selvaggio, e per questo affascinante come una giungla tropicale, per un esploratore metropolitano con un occhio allenato alla botanica.



Emerge soprattutto la diversità che ospita il giardino: in un paio d'ore arrivo a contare 90 specie diverse di piante, tra spontanee, coltivate ed esotiche. Gli esemplari arborei sono dominati da una specie tipica dei viali alberati, Ulmus pumila L., che si è ulteriormente diffusa nel giardino, quindi da filari di kaki (Diospyros kaki L.f.), siepi di alloro (Laurus nobilis L.), palme (Trachycarpus fortunei (Hook.) H.Wendl.) cui si accompagna una flora arbustiva e arborea cresciuta spontaneamente a partire da semi dispersi dal vento o dagli uccelli.Sono presenti bagolari (Celtis australis L.), salici (Salix caprea L.), sambuchi (Sambucus nigra L.).

Lascia stupiti la ricchezza della flora erbacea: rilevo la presenza di piante legate ad ambienti differenti e lontani nello spazio che si trovano a convivere in un ridotto spazio e a concorrere tra di loro per occuparlo. E' possibile riconoscere tra gli habitat di questo microcosmo, un ampio prato dominato dalla regina dei prati da sfalcio, l'avena altissima (Arrthenatherum elatius L. P.Beauv. ex J.Presl & C.Presl), quindi muri colonizzati dalle felci (Asplenium trichommanes L., Asplenum ruta-muraria L.) lembi di sottobosco con flora tipica nemorale (Carex remota L., Aegopodium podagraria L.), margini di vegetazione rudereale (Chalidonium majus L.)





Alcune specie esotiche ci testimoniano una storia lontana di quando, proprio a partire da Torino e dintorni, si sono diffuse in Piemonte (come la Phytolacca americana L. coltivata per le bacche usate per colorare il vino) l'artemisia dei fratelli Verlot (Artemisia verlotiorum Lamotte), introdotta per aromatizzare i vermouth, la fragola dei "babi" (Duchesnea indica (Andrews) Focke), introdotta e coltivata a Torino nel giardino dell'Orto botanico fin dal 1816 e da qui spontaneizzatesi in tutto il nord Italia. Il papavero (Papaver rhoeas L.) e il fiordaliso (Centaurea cyanus L.), quest'ultimo ben più raro, ci ricordano i campi di un tempo. 



Per ogni specie ci sarebbe una storia da raccontare. Raccolgo un po' di esemplari incogniti per chiudere la lista in un secondo tempo e il pomeriggio è finito. Ritorno su corso Principe Eugenio con la sensazione di essere riemerso da un altro mondo, mi rimane negli occhi la luce del sole che si riflette sulle molte immagini di piante che ho scansionato con gli occhi e con la mente. Provo tuttavia ad immedesimarmi per un attimo in un osservatore qualunque senza la mia capacità di lettura e la mia visione del mondo naturale: il suo giudizio potrebbe essere molto diverso dal mio e il luogo di meraviglia della mia esplorazione potrebbe apparirgli un cumulo di erbacce, un ambiente inospitale e pericoloso, da riqualificare.

Tuttavia la biodiversità, di cui molti parlano spesso a sproposito, non si valuta con i canoni dell'estetica umana, peraltro mutevole e opinabile: la ricchezza di specie, con tutti i potenziali benefici che ne derivano, è un valore in sé, indifferente alle scelte e valutazioni dell'uomo.

Nelle mie esplorazioni pluridecennali della natura urbana e postindustriale di Torino, raramente mi sono trovato a censire in così poco spazio tanta diversità.



Mi piacerebbe che trovasse spazio nel dibattito cittadino, oltre alla fondamentale discussione sulla necessità di conservare i pochi spazi e polmoni verdi residuali ancora presenti nel centro della città per garantire il benessere comune, anche la consapevolezza che esiste un'idea di giardino diversa da quella a cui siamo abituati, che si avvicina di più alla spontaneità della natura.

Mi rincuora sapere che, in qualunque modo vadano le cose, la natura è pronta a ricolonizzare ogni nuovo terreno abbandonato, del tutto indifferente alle misere questioni umane.












Chiesetta sconsacrata dell'ex Istituto di correzione femminile Buon Pastore:

https://www.museotorino.it/view/s/330968993806495cab11589f8f8b517e



sabato 1 gennaio 2022



Incontro con Emmanuel (Pat Rodegast)
Radio WPKN a Brigeport 2007

Emanuel, questo è un momento preoccupante per tante persone, 
puoi iniziare rivolgendoti a loro? 

Non c'è niente di cui preoccuparsi, o alcun modo per accelerare 
o rallentare. 
Quello che voglio dirvi è questo, carissimi: il Piano, come ben sapete, 
è assolutamente perfetto, in un modo che la mente non può assolutamente concepire. 
Siete al sicuro oltre il bisogno di sicurezza.
Se potessi portare un solo messaggio al vostro caro pianeta, 
questo è esattamente quello che direi: una volta rimossa la paura, la perfezione dell'essenza 
di chi siete veramente può iniziare a fiorire, può iniziare a manifestarsi, 
può cominciare davvero a creare, se volete, il Paradiso in terra.
Non è questo ciò che tutti cercate, ciò per cui tutti state pregando? 
La liberazione dal dolore, la libertà dalla paura e tutte le loro conseguenze?

E così lo ripeterò tutte le volte che sarete disposti a sentire, 
se ci fosse un unico messaggio da portare all'intera umanità, allora sarebbe questo:
Siete al cento, al mille per cento, al sicuro. Niente può farvi del male.

Possono i vostri corpi essere distrutti? Sì. 
Ma voi non siete i vostri corpi. 
Vi prego, ascoltate bene, essi sono i costumi che indossate ed è comprensibile che 
vi siate affezionati molto a loro e vi siate enormemente identificati con loro. 
Non dico questo per indurvi ad essere negligenti, crudeli o inconsapevoli dei bisogni 
del vostro corpo, ovviamente no, ma semplicemente per ricordarvi l'essenza di chi siete, 
ed è un'essenza evidente. 
Vi prego ascoltate: l "io" che conoscete oltre la vostra storia o la vostra esperienza, 
è esattamente l'io che siete sempre stati e continuerete ad essere attraverso l'eternità. 
E l'eternità, caro intelletto, non ha inizio né fine.

E quindi come posso aiutarvi a dissipare l'oblio se non siete disposti ad allungare 
le mani e a toccare la saggezza della fede?
Non c'è nulla che possa farvi del male nel vostro mondo o in quello oltre a questo, 
e ovviamente l'intelletto ha un'enorme difficoltà a comprendere una cosa del genere, 
vero?

L'intelletto dice "ma Emmanuel, mi hanno pestato un piede, mi sono punto un dito, sanguino, 
mi prendo il raffreddore, patisco l'eccesso di caldo o di freddo, come puoi dire che sono 
al sicuro?" 
Perché questo è il messaggio che mi è stato chiesto di portarvi, e questa è la verità 
più grande che ci sia.

Il mondo sembra vivere nel proprio caos, nella confusione auto-creata che l'oblio 
permette, ma ripeto, persino in mezzo al più grande travaglio, vi è eterna salvezza.
Carissimi, come posso aiutarvi a ricordare questo?


A meeting with Emmanuel (Pat Rodegast)
Radio WPKN in Brigeport 2007

Can you give us feedback about this worrying time?

Emanuel, this is a worrying time for so many people, can you start off by speaking to them for a moment?

There's nothing, he's saying, to worry about, or in any manner to increase the speed of, or in any manner delay. What I am telling you is this, dear ones: the Plan, as you are well aware, has an enormous perfection that the mind cannot possibly conceive of. You are safe beyond the need for safety.

If that were the only message I could bring to your dear planet, that is exactly what I would say: once fear is removed, then the perfection of the essence of who you all truly are can begin to flower, can begin to manifest, can begin indeed to create, if you will, heaven on Earth.

Is that not what you have all being seeking, what you have all being praying for?
The release from pain, the freedom from fear, and all the manifestations that such experiences invite in.

And so again, I keep repeating as many times as you are willing to hear it,
if there was one message I would bring to whole of humanity would be this:
You are one hundred, one thousand percent safe.
Nothing can harm you.

Can your bodies be destroyed? Yes. But your bodies are no who you are. Please do hear this, they are the costumes you wear, and you have understandably become very fond of them and enormously identified with them. I do not say this to encourage you to be careless, or cruel, or unaware of the needs of your body, of course not, but simply to remind you that the essence of who you are, and it is a recognizable essence, please do hear this, the “you” that you know yourself to be

beyond historic definition or experience, is exactly you you have always being and will continue to be through eternity, and eternity, dear intellect, means no beginning and no end.

And so, how can I help you in the quandering of your forgetting unless you are willing to reach out your hands and to touch the wisdom of faith?

There's nothing that can harm you in your world or beyond, and recognizably the intellect has an enormous difficulty when something like that is said, does it not?

The intellect say “well Emmanuel I stomped my toe, I pricked my finger, I bleed, I catch cold, I am unconfortable in the excess of heat or in excess of freezing, how can you say that I am safe?” Because that's the message I've been asked to bring you and that is the greatest most embracing truth that can ever be said.

And so the world seem, does it not, to live in its own chaos, the self created confusion that forgetting allows, and yet again, even at the center of the greatest agony there is eternal safety.

How can I, dear ones, help you to remember this?





giovedì 30 dicembre 2021

 Natale con Vincent




Acini d'uva i tuoi occhi verdi, parlano silenziosi
Calore animale scioglie il pensiero agitato
Morbida vibrazione si spande come mantra
Breve parentesi di gioia in questo tempo sospeso.

Sei folletto di pelo con nome d'artista
Vegli su di me col tuo sonno tranquillo
Sembra tu sogni prati profumati di bosco e risa di bimbi...

Seguendo invisibili tracce di luce
al mio cuore pesante hai messo le ali.
Un attimo del tuo paradiso senza tempo
hanno visto i miei occhi dentro ai tuoi.

L'umano cielo di piombo hai dissolto,
un regalo dorato per me in questo giorno santo.






domenica 26 dicembre 2021

 

«Sì, Virginia, Babbo Natale esiste»

La storia di un editoriale del 21 settembre 1897 su Babbo Natale 

che da allora è un pezzo dei natali americani.





La lettera di Virginia
Nel 1897 il dottor Philip O’Hanlon di Manhattan si sentì domandare dalla sua bambina di otto anni Virginia se Babbo Natale esistesse davvero. Virginia aveva cominciato a dubitarne per quello che le avevano detto degli altri bambini.

Suo padre le suggerì di scrivere al New York Sun, un importante quotidiano del tempo di orientamento conservatore, assicurandole che “se lo dice il Sun, allora è vero”. Uno dei direttori del giornale, Francis Pharcellus Church, che era stato corrispondente di guerra durante la Guerra Civile, scrisse una risposta che oggi, più di un secolo dopo, resta l’editoriale più riprodotto nella storia dei giornali anglosassoni.

La lettera di Virginia diceva:

Caro direttore, ho otto anni. Alcuni dei miei amici dicono che Babbo Natale non esiste. Mio papà mi ha detto: “se lo vedi scritto sul Sun, sarà vero”. La prego di dirmi la verità: esiste Babbo Natale? Virginia O’Hanlon.

Il direttore del Sun Edward P. Mitchell passò la lettera della bambina, perché rispondesse, a Church, uno dei veterani del giornale. Leggendola, si dice, sbuffò e sembrò arrabbiarsi perché gli era stato assegnato un compito di così poco conto. Poi, in meno di cinquecento parole e finendo prima della scadenza, Church le rispose così, in un editoriale non firmato:

Virginia, i tuoi amici si sbagliano. Sono stati contagiati dallo scetticismo tipico di questa era piena di scettici. Non credono a nulla se non a quello che vedono. Credono che niente possa esistere se non è comprensibile alle loro piccole menti. Tutte le menti, Virginia, sia degli uomini che dei bambini, sono piccole. In questo nostro grande universo, l’uomo ha l’intelletto di un semplice insetto, di una formica, se lo paragoniamo al mondo senza confini che lo circonda e se lo misuriamo dall’intelligenza che dimostra nel cercare di afferrare la verità e la conoscenza.

Sì, Virginia, Babbo Natale esiste. Esiste così come esistono l’amore, la generosità e la devozione, e tu sai che abbondano per dare alla tua vita bellezza e gioia. Cielo, come sarebbe triste il mondo se Babbo Natale non esistesse! Sarebbe triste anche se non esistessero delle Virginie. Non ci sarebbe nessuna fede infantile, né poesia, né romanticismo a rendere sopportabile la nostra esistenza. Non avremmo altra gioia se non quella dei sensi e dalla vista. La luce eterna con cui l’infanzia riempie il mondo si spegnerebbe.

Non credere in Babbo Natale! È come non credere alle fate! Puoi anche chiedere a tuo padre che mandi delle persone a tenere d’occhio tutti i comignoli del mondo per vederlo, ma se anche nessuno lo vedesse venire giù, che cosa avrebbero provato? Nessuno vede Babbo Natale, ma non significa che non esista. Le cose più vere del mondo sono proprio quelle che né i bimbi né i grandi riescono a vedere. Hai mai visto le fate ballare sul prato? Naturalmente no, ma questa non è la prova che non siano veramente lì. Nessuno può concepire o immaginare tutte le meraviglie del mondo che non si possono vedere.

Puoi rompere a metà il sonaglio dei bebé e vedere da dove viene il suo rumore, ma esiste un velo che ricopre il mondo invisibile che nemmeno l’uomo più forte, nemmeno la forza di tutti gli uomini più forti del mondo, potrebbe strappare. Solo la fede, la poesia, l’amore possono spostare quella tenda e mostrare la bellezza e la meraviglia che nasconde. Ma è tutto vero? Ah, Virginia, in tutto il mondo non esiste nient’altro di più vero e durevole. Nessun Babbo Natale? Grazie a Dio lui è vivo e vivrà per sempre. Anche tra mille anni, Virginia, dieci volte diecimila anni da ora, continuerà a far felici i cuori dei bambini.

La fortuna
La fama di “Yes, Virginia” è sopravvissuta ai suoi creatori. Church morì nel 1906 e Virginia nel 1971, dopo una carriera come maestra di scuola e direttrice a New York. Malgrado l’editoriale fosse pubblicato come settimo nella pagina delle opinioni – dopo ben più seri argomenti come questioni politiche a New York e nel Connecticut, la forza della marina britannica e una ferrovia tra il Canada e lo Yukon, e persino dopo un commento sulla “bicicletta senza catena” appena inventata – lo scambio colpì moltissimi lettori del Sun. Venne ristampato ogni anno, prima di Natale, fino alla chiusura del giornale nel 1950, e ancora oggi viene recitato alla Columbia University di New York (l’università dove studiarono sia Church che Virginia) in una cerimonia prenatalizia ai primi di dicembre. Nel centenario dell’editoriale, nel 1997, il New York Times pubblicò una riflessione sulla fortuna di “Yes, Virginia, There is a Santa Claus” nella cultura americana.

(Tratto da ilpost.it)