venerdì 2 settembre 2022
domenica 7 agosto 2022
Rinunciare al Paradiso piuttosto che abbandonare un cane
di Sergio Manna, pastore valdese di Rorà, Val Pellice
Yudhishthira disse: "Si dice che l'abbandono di una creatura devota e fedele sia un gravissimo peccato, pari nel mondo all'atto di uccidere un brahmano! Per questo io oggi non abbandonerò in alcun modo questa creatura, o grande Indra, per mero desiderio della mia personale felicità. Una creatura spaventata, che mi é devota, che é tormentata perché non ha altro rifugio, che si é rivolta a me, che é misera e incapace di proteggere sé stessa, che desidera salvare la propria vita. Possa io compiere ogni sforzo per non abbandonare mai una simile creatura, neppure a costo della mia stessa vita". (Mahabharata, parvam 17, adhyaya 3, strofe 7-16).
Siccome mi piace quando la riflessione biblica é incentrata sul tema che è al centro della nostra rivista mensile, ho deciso per una volta di attingere a una fonte extrabiblica che mi sembrava appropriata. La Bibbia, infatti, fatta eccezione per il riferimento ai cagnolini che mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni (Matteo 15, 27) non riporta grandi esempi di interazioni positive tra cani e umani.
Per contro, devo ammettere che mi ha sempre commosso un racconto contenuto nel Mahabharata, poema epico indiano composto in sanscrito tra il IV sec a.C. e il IV sec d.C. (uno dei testi religiosi più importanti dell'Induismo). In esso Yudhishthira, il primo virtuoso dei cinque fratelli Pandava (eroi in conflitto con i loro cugini Kaurava), dopo aver abbandonato tutto e giunto alle porte del cielo, pronto ad entrare in Paradiso, viene fermato dal dio Indra che gli ingiunge di lasciare il cane randagio che, sbucato fuori dal nulla, lo aveva accompagnato nella difficile ultima ascesa al sacro monte Kailash. Yudhishthira prega il dio di lasciar entrare il cane perché ne ha compassione, ma Indra insiste dicendo che in Paradiso i cani non entrano e che nulla di male nell'abbandonare quella bestia. Al che l'eroe risponde che quello sarebbe un atto ignobile e che preferisce non accedere alla prosperità del Paradiso se per giungere a essa deve abbandonare una creatura fedele. All'ennesima replica di Indra che non vede alcuna crudeltà nell'abbandono del cane e che gli impone di scegliere tra quella bestia e il Paradiso, Yudhishthira pronuncia le parole riportate nei versetti del Mahabharata scelti per questa riflessione e decide di restare con il cane, rinunciando al Paradiso, piuttosto che abbandonarlo.
Da cristiano che ama gli animali e convive con un cane e un gatto, devo dire che mi sento profondamente toccato da questo testo antico che appartiene a una tradizione religiosa e spirituale molto diversa dalla mia, ma che parla al mio cuore. E spero che parli anche alle lettrici e ai lettori del nostro giornale e a coloro che ritengono che l'amore del prossimo possa o debba includere anche gli animali.
A ogni modo, mi piace il fatto che il racconto indiano in realtà si concluda con un lieto fine. Quello dell'abbandono del cane si rileverà, infatti, essere un'ennesima prova di fede e di virtù, superata la quale Yudhishthira entrerà in Paradiso.
martedì 19 luglio 2022
domenica 17 luglio 2022
Il traffico infernale annulla qualsiasi sensazione, è omologato e omologante. La differenza con qualsiasi altra città italiana è solo nei gigantali palazzi spagnoli che appena si intravedono nel caos.
Al contrario, nei vicoli di Forcella e dei Decumani, la zona comunemente chiamata Spaccanapoli, il vociare di sottofondo è interrotto a cadenza regolare solo dallo scoppiettante motore degli scooter che fanno la gimcana tra i passanti. L'odore di pummarola si avverte già da metà mattina e sempre qualcuno canta, qualcun altro chiama o impreca, sempre cantando. I cinque sensi si esaltano e la vista quasi si annebbia tanta arte è in ogni angolo...
Goethe la descrive come un paradiso nel suo "Viaggio in Italia". Fortunato lui, nel coglierla nel momento di maggior splendore, quando i fumi del progresso non avevano ancora violentato la trasparenza del mare, le colline di agrumeti e orti infiniti, il golfo la cui vista toglieva il respiro.
Raccontare Napoli è impossibile.
Napule è mille paure
Napule è a voce de' criature
Che saglie chianu chianu
E tu sai ca' non si sula
Napule è ardore e' mare
Napule è na' carta sporca
E nisciuno se ne importa
E ognuno aspetta a' sciorta
Int'e viche miezo all'ate
Napule è tutto nu suonno
E a' sape tutto o' munno
Ma nun sanno a' verità
(Napule è mille paure)
Napule è nu sole amaro
(Napule è addore e' mare)
Napule è na' carta sporca
(E nisciuno se ne importa)
Napule è na' camminata
(Int' e viche miezo all'ate)
Napule è mille culure
(Napule è mille paure)
Napule è nu sole amaro
(Napule è addore e' mare)
lunedì 13 giugno 2022
La parentesi inattesa
Una primavera spettacolare quella del 2020, l'anno della Grande Paura.
Col passare dei giorni, un richiamo irresistibile fuori e dentro di noi ci spinse a cambiare percorso. Attraversare l'incrocio, costeggiare il parco, e ritrovarsi sull'altro fiume, era diventata un'eccitante impresa.
Il fiume scorreva come sempre indifferente ma in quei giorni silenziosi profumava di fresco e di pulito, le sue acque limpide lasciavano vedere bene il fondo e la sua voce si poteva finalmente ascoltare.
Le nostre ore d'aria si facevano sempre più lunghe e clandestine. Il lungofiume con le sue sponde scoscese ed erbose era assolutamente irresistibile e il fogliame sempre più fitto trasmetteva un senso di protezione da sguardi indiscreti.
Il mio albero fa parte di una famigliola di tre e lui, più in basso sulla sponda, si sporge sul fiume come a volerlo toccare. Sotto la sua ombra dolce tante volte mi sono fermata ad ascoltare il fiume che ripete all'infinito la sua cantilena: nulla rimane, tutto passa, tutto passa, tutto passa e va...
La strana sospensione del tempo, le serate finalmente senza il sottofondo dei notiziari. Al loro posto le parole di Alessandro Manzoni! Il suo celebre romanzo letto dalla voce profonda dell'attore che leggeva sul canale culturale nazionale, condiva di meraviglia l'ora di cena. Riscoprire l'estetica del nostro idioma, la profondità di comprensione dell'animo umano, la bellezza dell'arte di uno dei nostri autori più celebri, spesso letto troppo presto per poter essere apprezzato e quindi relegato tra "i classici". E poi la musica. Musica registrata su audiocassette ancora incredibilmente sane dopo quarant'anni, riscoperta tra i miei cimeli statunitensi, sprizzava energia e ricordi di quello che mi è sempre parso l'anno più bello della mia vita. Ogni brano una storia di quell'anno lentissimo, infinito. Musica classica e musica per danzare in 45mtq come in una pista da ballo, come quella volta a Pasquetta, per la gioia di rivedere i vicini di ballatoio dopo un mese e mezzo. Mangiare insieme all'aperto nel sole di aprile è stata una vera grazia dal Cielo...
Ci siamo salvati sulla nostra zattera d'amore. Ci siamo stretti più forte nella tempesta riparandoci con la nostra intimità ritrovata, confermata dal tempo, aggrappandoci all'ironia, ai sorrisi e agli abbracci, al canto dei merli, alle piccole cose buone di sempre, alle parole eterne dei Maestri e dei saggi. Ci siamo riparati con loro dall'inarrestabile marea di parole che ogni giorno tracimava dalla rete. Dalla strada arrivavano le urla delle ambulanze e ogni volta lo sforzo per rimanere in equilibrio e non farsi trascinare dalla Grande Paura.
"Che questo almeno possa servire e tramutarsi in Bene"... ma ho capito, col senno di poi, che non era Causa ma Effetto. Alcuni lo chiamano Karma, effetto di infinite cause, infiniti affronti alla nostra Madre Terra e al nostro Padre Spirito.
Sussurra il fiume,
galleggia il fiore verso il mare.
Io con lui.
domenica 5 giugno 2022
Bellinzago novarese 4 giugno 2022.
Purtroppo il piccolino dalle zampe sproporzionatamente lunghe, ha tentato un balzo ma é solo riuscito ad infilarsi dentro il garage semiaperto del signor Enrico dove la micia avrebbe avuto facile accesso.
Dalle 9 alle 15,30 i due genitori hanno continuato ininterrottamente a chiamare il piccolino per farlo uscire con veri e propri urli spaccatimpani e voli frenetici avanti e indietro dal nido nel sottotetto, al cortile del signor Enrico.
Finalmente verso le 16 il piccolo esce... Io, Gianni, Emilio e il signor Enrico cerchiamo di capire come fare per prenderlo finché, esasperato, Emilio chiama sua moglie che si rivela esperta di uccellini caduti. Arriva poco dopo armata di guanti di plastica, e con mosse sicure e tranquille lo prende senza sforzo o impaccio e lo porta nel giardino dell'anziano signor Roberto che abita di fronte.
Due secondi dopo i due genitori arrivano dal figlioletto spaventato... lieto fine.
Emilio dice che a quel punto gli porteranno cibo per terra e gli insegneranno a beccare a terra finché fra qualche giorno sarà in grado di volare. Se si tenta di raccogliere i piccoli e li si lancia per farli volare, il più delle volte si vanno a schiantare su qualche ostacolo e muoiono sul colpo.
Quasi tutti ignoriamo il vivere di queste creature che ci circondano numerose anche in città. Il nostro pensiero antropocentrico è, da un certo punto di vista, piuttosto ridicolo: il "capolavoro della natura" sta mettendo a rischio la vita su questo pianeta, l'unica Casa che abbiamo, l'unico pianeta con forme di vita nel raggio di qualche migliaio di anni luce.
sabato 21 maggio 2022
Esplorazioni in un giardino urbano nel cuore di Torino
di Alberto Selvaggi*, Torino 14 giugno 2021
* botanico, Istituto per le Piante da Legno e l'Ambiente (IPLA) di Torino
Immagini tratte dal profilo della community Facebook Prinz Eugen
Mi trovo in un pomeriggio di tarda primavera nel giardino dell'ex Buon Pastore (Prinz Eugen) di corso Principe Eugenio, a esplorare un giardino lasciato ad una evoluzione quasi libera da decenni, dove i limitati interventi e le scarse frequentazioni umane hanno lasciato intatta una natura originatesi dall'iniziale impianto di giardino, successivamente arricchitesi di specie arrivate da luoghi diversi e con modalità diverse. Un luogo estraneo alle frequentazioni dell'uomo, se non limitate, e ancora più estraneo da interventi di gestione e di cura "tradizionali".
E' un giardino selvaggio, e per questo affascinante come una giungla tropicale, per un esploratore metropolitano con un occhio allenato alla botanica.
Emerge soprattutto la diversità che ospita il giardino: in un paio d'ore arrivo a contare 90 specie diverse di piante, tra spontanee, coltivate ed esotiche. Gli esemplari arborei sono dominati da una specie tipica dei viali alberati, Ulmus pumila L., che si è ulteriormente diffusa nel giardino, quindi da filari di kaki (Diospyros kaki L.f.), siepi di alloro (Laurus nobilis L.), palme (Trachycarpus fortunei (Hook.) H.Wendl.) cui si accompagna una flora arbustiva e arborea cresciuta spontaneamente a partire da semi dispersi dal vento o dagli uccelli.Sono presenti bagolari (Celtis australis L.), salici (Salix caprea L.), sambuchi (Sambucus nigra L.).
Lascia stupiti la ricchezza della flora erbacea: rilevo la presenza di piante legate ad ambienti differenti e lontani nello spazio che si trovano a convivere in un ridotto spazio e a concorrere tra di loro per occuparlo. E' possibile riconoscere tra gli habitat di questo microcosmo, un ampio prato dominato dalla regina dei prati da sfalcio, l'avena altissima (Arrthenatherum elatius L. P.Beauv. ex J.Presl & C.Presl), quindi muri colonizzati dalle felci (Asplenium trichommanes L., Asplenum ruta-muraria L.) lembi di sottobosco con flora tipica nemorale (Carex remota L., Aegopodium podagraria L.), margini di vegetazione rudereale (Chalidonium majus L.)
Alcune specie esotiche ci testimoniano una storia lontana di quando, proprio a partire da Torino e dintorni, si sono diffuse in Piemonte (come la Phytolacca americana L. coltivata per le bacche usate per colorare il vino) l'artemisia dei fratelli Verlot (Artemisia verlotiorum Lamotte), introdotta per aromatizzare i vermouth, la fragola dei "babi" (Duchesnea indica (Andrews) Focke), introdotta e coltivata a Torino nel giardino dell'Orto botanico fin dal 1816 e da qui spontaneizzatesi in tutto il nord Italia. Il papavero (Papaver rhoeas L.) e il fiordaliso (Centaurea cyanus L.), quest'ultimo ben più raro, ci ricordano i campi di un tempo.
Per ogni specie ci sarebbe una storia da raccontare. Raccolgo un po' di esemplari incogniti per chiudere la lista in un secondo tempo e il pomeriggio è finito. Ritorno su corso Principe Eugenio con la sensazione di essere riemerso da un altro mondo, mi rimane negli occhi la luce del sole che si riflette sulle molte immagini di piante che ho scansionato con gli occhi e con la mente. Provo tuttavia ad immedesimarmi per un attimo in un osservatore qualunque senza la mia capacità di lettura e la mia visione del mondo naturale: il suo giudizio potrebbe essere molto diverso dal mio e il luogo di meraviglia della mia esplorazione potrebbe apparirgli un cumulo di erbacce, un ambiente inospitale e pericoloso, da riqualificare.
Tuttavia la biodiversità, di cui molti parlano spesso a sproposito, non si valuta con i canoni dell'estetica umana, peraltro mutevole e opinabile: la ricchezza di specie, con tutti i potenziali benefici che ne derivano, è un valore in sé, indifferente alle scelte e valutazioni dell'uomo.
Nelle mie esplorazioni pluridecennali della natura urbana e postindustriale di Torino, raramente mi sono trovato a censire in così poco spazio tanta diversità.
Mi piacerebbe che trovasse spazio nel dibattito cittadino, oltre alla fondamentale discussione sulla necessità di conservare i pochi spazi e polmoni verdi residuali ancora presenti nel centro della città per garantire il benessere comune, anche la consapevolezza che esiste un'idea di giardino diversa da quella a cui siamo abituati, che si avvicina di più alla spontaneità della natura.
Mi rincuora sapere che, in qualunque modo vadano le cose, la natura è pronta a ricolonizzare ogni nuovo terreno abbandonato, del tutto indifferente alle misere questioni umane.
Chiesetta sconsacrata dell'ex Istituto di correzione femminile Buon Pastore:
https://www.museotorino.it/view/s/330968993806495cab11589f8f8b517e



















