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lunedì 10 novembre 2014

Homo consumens

Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi



I libri di Bauman si contraddistinguono per acutezza e profondità e questo non è da meno. Cento densissime pagine e in copertina una foto che ritrae dei piccioni come a suggerire il tema del primo capitolo “Mode volatili”.
Il tema affrontato è tra i più inquietanti per i suoi molti risvolti sociali e psicologici cioè il consumismo tipico delle cosiddette “società liquide”. Per società liquida, Bauman intende una società dove nulla è permanente, dove non ci sono saldi valori di riferimento e il consumismo è appunto una delle caratteristiche principali. Nei primi due capitoli Bauman affronta il paradosso della libertà che l’uomo ha di consumare cosa, quanto e come vuole, ma è in realtà “costretto” a consumare se vuole rimanere nella società che si autoalimenta appunto di consumo, per evitare di essere escluso e diventare a poco a poco un emarginato.
Questo nostro attuale sistema – orami tanto diverso da quello della precedente era industriale – non ha più bisogno di molti soggetti che “producono” perché la tecnologia si è evoluta moltissimo e necessita di un numero minore di lavoratori impiegati nella produzione di beni; necessita invece di una schiera immensa di consumatori, a tal punto che tutto è ridotto a bene di consumo che può, anzi deve, essere dismesso e rottamato a breve termine, per essere sostituito da un prodotto più innovativo, più di moda (oppure si è rotto e ripararlo costa più che comprarlo nuovo, la famosa obsolescenza programmata).
Si fa anche grande e veloce consumo di informazioni da cui siamo tutti bombardati ogni giorno dai media on- e off-line, e la strategia di sopravvivenza psicologica indispensabile sembra essere diventata quella del sapersi difendere dalla maggior parte delle informazioni che si ricevono ogni giorno. Le infinite possibilità di scelta tra così tanti prodotti, servizi e informazioni appare come un’incredibile libertà, ma è un sottile inganno percettivo perché vi è una sorta di coercizione soft e tra l’altro “[...] l’obbligo di scegliere presentato come libertà di scelta non solleva alcun dissenso o ribellione, questa è la grande novità rispetto ai sistemi precedenti”; la conseguenza è che tra la gente è sempre più diffusa l’apatia politica.
La gratificazione ritardata un tempo era un valore, come pure il sacrificio dell’oggi per il domani, il sacrificio del singolo per la comunità, e i bisogni del tutto erano più importanti dei bisogni delle parti; ora questi valori vengono considerati oppressivi e contrari alla natura umana. Anche la socialità e la comunicazione nelle comunità sono disgregate quasi ovunque e questo è vero soprattutto nelle grandi città (ma non solo), a causa dell’aumento di barriere fisiche inimmaginabili un tempo (per esempio le aree commerciali di periferia dove si passa solo in auto): muri veri e propri o sistemi di allarme a difesa dei consumatori più o meno benestanti dagli attacchi di chi è rimasto fuori e delinque, o semplicemente da chi è escluso dal pregiudizio (emarginati, stranieri, profughi, ecc.). Le barriere, i muri, sono il simbolo di quella che Bauman chiama “Mixofobia” a cui dedica un intero capitolo, cioè la paura (data per scontata) di mischiarsi agli emarginati di qualsiasi tipo. Le armi degli esclusi sono atteggiamenti e abbigliamenti bizzarri, l’inosservanza delle regole, atti vandalici di sfida alla legge (tra l’altro spesso i giovani sedicenti anarchici e 'punkabestia' imitano questi atteggiamenti, pur provenendo da famiglie “bene”, per protesta, esternando in modo maldestro e ambiguo il proprio disagio).
Certamente non mancano anche esempi positivi di convivenze alternative, ma purtroppo esistono quasi esclusivamente nell’Europa del nord dove la densità di popolazione è molto ridotta rispetto al territorio e quindi la famosa forbice tra abbienti e meno abbienti è meno larga.
Si cerca spasmodicamente il senso perduto d’identità comunitaria che spesso sfocia in atteggiamenti secessionisti, segregazionisti o xenofobi. Il senso del “noi” dà un certo sollievo e rende la convivenza più facile, senza troppi fraintendimenti e soprattutto evita di dover comprendere, riconoscere, negoziare le differenze. Gli amministratori pubblici e i cittadini si devono quindi confrontare con problemi più grandi di loro e indubbiamente è impossibile trovare soluzioni locali a problemi sociali globali. Il motivo per cui la politica di aiutare quelli che hanno più bisogno non funziona – e non fa altro che aggravare i conflitti sociali e culturali – è che la causa profonda del generale malessere non è quello che fanno i poveri, ma lo stile di vita della minoranza dei veri ricchi e il loro modo di influenzare la rete di rapporti sociali ed economici.
Altro motivo di disgregazione deriva dal fatto che quello che Bauman definisce Homo Consumens è il componente di uno “sciame”, cioè una persona che si aggrega a un gruppo solo momentaneamente, per la durata della seduzione dell’obiettivo mutevole; quando l’obiettivo cambia, si aggregherà ad un altro sciame verso un nuovo obiettivo: “[...] Gli sciami non sono squadre, nello sciame non c’è scambio né cooperazione ma solo vicinanza fisica e direzione”.
Se ci soffermiamo a pensare, ognuno può riconoscere nella propria vita uno sciame di cui ha fatto parte per breve tempo per seguire qualche interesse (che sia esso verso il consumo di beni materiali, culturali o addirittura spirituali… ormai).
La società dei consumi si basa sull’insoddisfazione permanente, cioè sull’infelicità. Il desiderio si trasforma in bisogno e diventa un’esigenza compulsiva, una dipendenza. Chi non ha mai, neanche una volta nella vita, trovato un po’ di sollievo contro l’angoscia o il dolore facendo un po’ di “innocuo” shopping…
Ovviamente in questo sistema i poveri e gli emarginati che vorrebbero consumare ma che non possono, sono tagliati fuori e la disparità tra chi può consumare e chi non può si fa sempre più larga e quindi Bauman lancia una sfida alla morale perbenista facendo notare che la colpa dell’esclusione sociale ormai viene fatta ricadere solo sugli esclusi stessi perché essi vengono considerati rei di non aver fatto abbastanza e quindi di meritare quella condizione. “[...] Essere felici è diventato necessario al mantenimento dell’autostima, oltre a essere un segno di virtù e una condizione da ammirare. Ma se il consumo è la misura di una vita riuscita cioè della felicità e perfino della virtù, allora non c’è più limite al desiderio umano [...]”.
Da questa mentalità deriva il fatto di considerare il welfare solo un peso inutile per lo Stato e non più una delle più grandi conquiste democratiche che hanno migliorato la convivenza civile e ridato speranza a milioni di persone. Lo stato sociale (anche detto, dall’inglese, welfare state) è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fonda sul principio di uguaglianza e da esso deriva la finalità di ridurre le disuguaglianze sociali.
Con grande equilibrio e incredibile acume l’autore affronta questo delicatissimo tema intitolando il capitolo-appendice con una citazione biblica cioè la risposta di Caino alla domanda di Dio che chiede dov’è finito Abele: “Welfare assediato. Sono forse io il custode di mio fratello?”. Questa domanda ormai se la pone tutto il continente europeo! Per giustificare l’esistenza del welfare (un tempo istituzione quasi eccessiva e ora in fase di eccessivo smantellamento) in una società umana e civilizzata, la domanda richiederebbe la risposta affermativa, ma il “pensiero unico” basato su competitività, profitto e rapporto costo-beneficio non vi trova alcun senso.
“[...] La qualità umana di una società dovrebbe essere misurata a partire dalla qualità della vita dei più piccoli tra i suoi membri [...]” dice Bauman, ma osserva anche che non c’è nulla di “ragionevole” nell’assunzione di responsabilità, nell’essere solidali con l’infelicità dell’altro e prendersene cura, perché queste cose derivano dal senso morale. Oggi è di capitale importanza iniziare a misurare la qualità di una società dalla qualità dei suoi standard morali, anche se non rendono più ricchi né gli individui né le imprese, altrimenti la società stessa non si potrà più chiamare né umana né civile.
Al contrario, il messaggio lanciato a milioni di telespettatori dai reality show è che non ci si può fidare di nessuno e nessuno è indispensabile, la vita è un gioco duro fatto per duri, ogni giocatore gioca per sé, per andare avanti bisogna allearsi e per vincere si è costretti a tradire. La compassione e la fiducia sono sentimenti suicidi, inutili per il nostro progresso personale: è la morale della sopravvivenza, la legge della giungla…
Certo, la lettura di Bauman non è mai consolante o tranquillizzante, anzi, ma ci aiuta a prendere coscienza di meccanismi che spesso intuiamo, ma ai quali non siamo spesso in grado di dare interpretazione, né riusciamo a individuare il nesso causale tra gli eventi globali e la realtà che ci circonda. Andare oltre la superficialità ci rende più responsabili e può aiutarci ad immaginare un mondo diverso, a continuare a sognare un’alternativa e tentare di metterla in pratica almeno nel nostro piccolo, nella nostra vita e nei nostri rapporti.


Indice

- Mode volatili. L’irresistibile impulso a consumare e trasformarsi

- Lo sciame inquieto. Dall’homo politicus all’homo consumens

- Mixofobia. Alla larga dai poveri

- Risentimento. Quando il pericolo è dentro le mura

- Appendice – “Welfare assediato. Sono forse io il custode di mio fratello?”

- Bibliografia
 
Zygmunt Bauman, Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, Edizioni Erickson, Gardolo (TN) 2007, pp. 102, € 10

Recensione Isabella Bresci, pubblicata il 6/11/2014 su www.serenoregis.org



lunedì 26 maggio 2014



 

"Abbasso le armi!"


Un ritratto di Bertha von Suttner  


(Praga, 9 giugno 1843 – Vienna, 21 giugno 1914)


  



A volte il destino è clemente, come nel caso di Bertha von Suttner che dopo una vita passata a promuovere la causa della pace tra le nazioni, morì il 21 giugno 1914, cioè una settimana prima del fatale attentato di Serajevo che diede inizio alla Prima Guerra Mondiale. Fu una pioniera del movimento pacifista che ebbe origine verso la fine dell'ottocento e fu la prima donna a ricevere il premio Nobel per la Pace nel 1905; se vi recate in Austria troverete il suo volto raffigurato sulla moneta da due euro.

In Italia pochi la conoscono, purtroppo, ma quest'anno si celebrano i cento anni dall'inizio della Prima Guerra Mondiale e la sua figura riemerge da quel passato che non è poi così lontano. Era di famiglia aristocratica, infatti il suo nome completo è Bertha Sophia Felicita dei conti Kinsky von Chinic und Tettau, però lei sentiva di non appartenere a quel mondo e infatti col tempo se ne allontanò per vivere del suo lavoro come istitutrice e segretaria. La vita degli anni della giovinezza le permisero in seguito di descrivere efficacemente quell'ambiente conservatore dove la carriera militare e la gloria delle medaglie era la massima aspirazione e un modo di avanzare nella scala sociale.

Bertha von Suttner fu una scrittrice prolifica ma il vero successo arrivò solo con il romanzo Abbasso le armi! uno straordinario documento storico attraverso il quale riuscì a diffondere efficacemente le idee pacifiste che le stavano a cuore. Il libro all'inizio trovò le solite resistenze alla pubblicazione da parte degli editori a causa delle idee rivoluzionarie che veicolava ma infine venne pubblicato a Dresda nel 1889 quando l'autrice aveva quarantasei anni e in seguito venne tradotto in venti lingue. La sua intuizione che un romanzo avvincente sarebbe stato sicuramente più efficace di un trattato per divulgare le sue idee, si rivelò corretta. Leggendo si è indotti a pensare che la protagonista Martha sia in realtà l’autrice, tanto la narrazione è intensa e realistica. Con un abile artificio narrativo scavalca i dubbi di proselitismo: «Non hai qualche timore? Si nota la tua intenzione e questo può irritare – fa dire al figlio della protagonista verso la fine del romanzo – Ciò può valere soltanto quando si intuisce che l’autore crede di poter tenere nascosta la sua intenzione con furbizia. Ma la mia è lì, chiara come la luce del sole; è già resa nota dalle tre parole del titolo. (…)».

Questo successo si spiega per vari motivi: prima di tutto il grande talento narrativo, la capacità di descrivere i caratteri e i sentimenti umani con notevole approfondimento psicologico unita alla conoscenza dettagliata della situazione politica. La novità rappresentate dal romanzo erano innanzitutto il racconto della guerra dalla prospettiva di una donna e le descrizioni incredibilmente realistiche delle spaventose battaglie che nessuno aveva mai fatto. Il tema della pace, rivoluzionario per quell'epoca, riuscì a scuotere molte coscienze e il grande Tolstoj scrisse: «La pubblicazione del vostro libro è per me un buon segno. Il libro La capanna dello zio Tom ha contribuito all’abolizione della schiavitù. Dio faccia sì che il vostro libro serva allo stesso scopo per l’abolizione della guerra».

Il libro uscì in concomitanza con alcuni importanti eventi e questo favorì l'attenzione del pubblico verso di esso: l'Esposizione internazionale a Parigi, le celebrazioni per il centenario della Rivoluzione Francese ma soprattutto il Congresso Universale della Pace che diede modo di incontrarsi a tutti i pacifisti del mondo e ai parlamentari che costituirono l'Unione Interparlamentare. Il romanzo venne anche pubblicato a puntate sulla rivista «Varwarts» (Avanti), la von Suttner infatti simpatizzava per i socialisti perché il pacifismo era un punto importante del loro programma ma non aderì mai ad alcun partito politico perché la Lega per la Pace aveva come unico obiettivo la pace internazionale e Bertha era sicura che questa avrebbe alleviato la povertà e la tensione sociale; era infatti fermamente convinta che prima fosse indispensabile il disarmo e che le condizioni sociali sarebbero migliorate di conseguenza.

Il racconto non manca ogni tanto di punte di ironia e di sarcasmo, specialmente quando parla delle contraddizioni insite nei discorsi religiosi relativi alla protezione degli eserciti in guerra:
«(…) Non rimane che invocare la benedizione del cielo sui combattenti. Poiché questo è certo: al buon Dio deve interessare molto che il protocollo dell’8 maggio sia mantenuto e che la legge del 13 gennaio sia annullata. Egli deve guidare le cose in modo da fare sì che muoiano tanti uomini e brucino tanti villaggi quanti ne occorrono perché il ramo dei Gluckstadt o quello degli Augustenburg regni sopra questa piccola particella del globo terrestre. (…)».

Abbasso le armi! è un libro poco conosciuto in Italia; viene tradotto e pubblicato la prima volta nel 1897 dalla famosa casa editrice Fratelli Treves Editori, le Edizioni Gruppo Abele lo rieditano nel 1989 e nel 1996 viene ripreso dal Centro Stampa Cavallermaggiore.
Quest'anno, nell'anniversario del primo conflitto mondiale, è stato ristampato e spero vivamente che venga riscoperto perché oltre ad essere una lettura avvincente, ci rende consapevoli di come fosse terribile la guerra anche prima del novecento: scontri tra eserciti fatti di feroci combattimenti sui campi di battaglia dove i feriti venivano abbandonati agonizzanti per giorni perché il servizio infermieristico era assolutamente inadeguato. Viene riportato che il Ministro francese delle Finanze Dunajewski nel 1890 disse: «Signori, prendetevi alcune ore di tempo per leggere Die Waffen nieder!. Vergogna a tutti quelli che, avendolo letto, si sentono ancora in grado di muovere guerra!».

Il romanzo è basato su approfondite ricerche di materiali e resoconti sulle atrocità della guerra, incontri avuti con generali, studio di cifre e bilanci dell'esercito e della Croce Rossa allora appena istituita. Questa ebbe un inizio travagliato per l'opposizione di molti e la von Suttner ne apprese i dettagli. Avviò quindi una corrispondenza col fondatore, lo svizzero Henri Dunant, che grazie alla sua influenza personale su Alfred Nobel, nel 1901 ottenne il Premio Nobel per la Pace.
Queste sue parole rendono bene l’idea del suo pensiero in proposito:
«(…) La cosa più stupefacente, a me sembra, è che gli uomini si possano mettere da soli, volontariamente, in uno stato simile; che gli uomini che hanno visto cose simili non cadano in ginocchio prestando il giuramento più appassionato di fare la guerra alla guerra e, se sono re o principi, non gettino via la loro spada e, se invece non hanno potere, non consacrino almeno la loro attività di parola, di penna, di pensiero, d’insegnamento e di azione ad uno scopo: abbasso le armi! (…)».

Come donna occupava una posizione privilegiata. Era accettata in un mondo di uomini, partecipava come gli uomini a molti eventi ufficiali, come la Conferenza de L'Aja, ove aveva lo status speciale di giornalista acquisito fondando la rivista «Die Waffen nieder!» (Abbasso le armi!) avente come scopo di appoggiare l'Unione Interparlamentare e i Congressi Universali della Pace. L'aver iniziato la sua carriera di pacifista al Campidoglio di Roma, prima donna ad aver tenuto un discorso, le conferì probabilmente grande coraggio e fiducia. Da quel momento diventò uno dei conferenzieri più famosi del suo tempo, riconosciuta come scrittrice di livello e leader pacifista. Ispirava rispetto e nessuno rimaneva indifferente perché aveva l’autorevolezza di chi lavora instancabilmente per un alto ideale. La stampa maschilista dell’epoca la deride con vignette satiriche ma lei non se ne cura e continua a dire: «(…) le donne non staranno zitte. Scriveremo, terremo discorsi, lavoreremo, agiremo. Le donne cambieranno la società e loro stesse (…)» e dopo il suo discorso in Campidoglio l’ironia maschile si tramutò in ammirazione. Non aderì direttamente al movimento femminista ma lo seguì con interesse incoraggiandolo sempre.

E' da poco stato tradotto e pubblicato da Moretti&Vitali il volume Alfred Nobel, Bertha von Suttner - Un'amicizia disvelata, il carteggio della corrispondenza tra i due dal 1883 al 1896 che ci permette di comprendere le circostanze e seguire i passi che avrebbero portato all’istituzione del premio Nobel per la pace. Bertha von Suttner ebbe frequenti contatti con Alfred Nobel, ma allo stesso tempo prese le distanze dalle sue teorie secondo le quali la pace doveva essere «armata». Nella complessa personalità di Alfred Nobel convivevano il chimico e il poeta, l’inventore della dinamite e il pacifista, il misantropo e l’amico fedele della von Suttner. La pace armata di Nobel implicava un potenziale di distruzione bellica che, se portava all'eliminazione degli eserciti, metteva però in pericolo tutta l'umanità e comportava uno spreco di risorse e di energie che si potevano utilizzare altrimenti. I quarantacinque anni di Guerra Fredda hanno tristemente dato ragione alla nostra autrice… La soluzione ipotizzata dalla von Suttner consisteva invece nel disarmo totale di tutte le nazioni e nell'istituzione di una «Corte d'Arbitrato» che risolvesse i conflitti internazionali facendo ricorso al diritto e non alla violenza; vi è stato un tentativo di realizzare questo con l'istituzione dell'ONU ma come è ormai evidente esso ha miseramente fallito.

Curiosamente, uno dei pericoli per la pace, per la von Suttner consisteva nell’americanizzazione globale: «(…) un fenomeno ravvisato da alcuni dei nostri contemporanei più perspicaci. Quel’è la necessità per gli uni di essere assorbiti dagli altri? Non è meglio che le culture si compenetrino l’un l’altra e che si viva insieme dopo aver realizzato l’unità al maggior livello possibile? Questo è lo scopo della società umana che lavora per il progresso (…)».
Fino alla fine continuò a viaggiare per diffondere la sua missione di pace, a scrivere e a tenere conferenze, anzi, col passare degli anni il suo impegno aumentò. Aveva compreso che era necessario convincere le classi dominanti a schierarsi per la pace, e sapeva che era necessario rivolgersi ai politici, quindi cercò di farsi ascoltare servendosi della sua influenza. Incontrò molti dei leader del suo tempo e per questo viaggiò moltissimo in Europa e negli Stati Uniti e molti compresero il suo messaggio. I risultati che ottenne però, purtroppo non furono sufficienti ad arrestare il nazionalismo estremo e l’aggressività delle politiche imperialiste che stavano aumentando in quel periodo e che sfociarono infine nella Prima guerra Mondiale. Forse per un presentimento, nell'ultimo periodo si sentiva più sfiduciata e pessimista perché non sentiva coinvolgimento da parte dei giovani e la situazione internazionale non sembrava migliorare.
Come si diceva all'inizio il destino le risparmiò di assistere all'ecatombe del primo conflitto mondiale che vedrà l'utilizzo di molte armi nuove come la mitragliatrice, i gas, i carri armati e gli aerei e dove ci furono circa dieci milioni di morti tra i militari, circa sette tra civili in seguito a azioni militari e carestie e ventuno milioni di feriti. Dopo questa carneficina i suoi libri, i suoi appelli e il ricordo dei suoi sforzi caddero nell'oblio per lungo tempo come spazzati via dall'immane tragedia.

Il suo importante messaggio però era come un piccolo seme destinato a germogliare molto tempo dopo, come spesso accade nella storia dell'umanità, i tanti movimenti internazionali lo testimoniano anche se purtroppo la guerra, non solo esiste ma è diventata come si usa dire «diffusa» cioè globale, senza più un nemico facilmente individuabile perché messa in atto per accaparrarsi le risorse del pianeta e spesso portata avanti da bande di mercenari assoldati dalle varie potenze.
«(…) Ogni guerra, qualunque sia il suo esito, contiene sempre il germe di una guerra successiva. Ed è più che naturale. Un atto di prepotenza offende sempre qualche diritto. L’offeso fa valere presto o tardi le sue ragioni e allora il nuovo conflitto viene risolto da una nuova prepotenza, gravida di ingiustizie, e così di seguito senza fine. (…)».
  
Cosa direbbe oggi, a noi contemporanei, Bertha von Suttner? Molto probabilmente ci spronerebbe dicendo: «Non arrendetevi mai e lavorate per diffondere e realizzare l’ideale della Pace!».
Il suo messaggio è più attuale che mai.