mercoledì 4 gennaio 2017

 

La rosa si apre, questa è la sua ragione d’essere.” Eugen Roth




Fuori, fuori, esci fuori... forza centrifuga... approfittane... esci...

Colore...bello e caldo... tutto gira... mischiato... vortice... nel cuore, ora nel piede, le braccia... su, oltre le nuvole... nell’aria...pavimento... brivido fresco pervade tutto... i capelli… i miei capelli... si rizzano...

cuore, cuore, luce d’amore, senza pensiero, solo mistero...



Danzava così, sul pavimento caldo di legno, da ore. Il tempo era lento e lei ci stava riprovando. Prima o poi ci sarebbe riuscita. Un pensiero folle... uscire fuori...

Non osava confessarlo a se stessa ma intimamente nutriva la folle speranza di sentire schizzare via la sua anima nel bel mezzo di una piroette.

Il pomeriggio era ormai inoltrato e la domenica cominciava ad annunciare la sua fine. Era stata bene con se stessa. Non era sempre così. Si sentiva a suo agio nel corpo fisico, possedeva ogni atomo, ma non le bastava, era un mezzo con troppi limiti strutturali.

Certo si piaceva, la natura era stata gentile, le aveva dato un corpo esile ma resistente, ben modellato e agile ma a volte, nonostante la sua leggerezza, le sembrava un limite.



Il corpo le portò alla memoria la sensazione che per un attimo, poco prima, aveva assaporato a mezz’aria, tesa nel salto. Il grand jetè era il principe dei salti. Necessitava di una rincorsa e di una decisa spinta verso l’alto ma quando le gambe raggiungevano la massima apertura in spaccata, ecco che tutta la tensione raggiungeva l’apice e prima di ridiscendere, proprio lì, il miracolo... quel momento infinito di gioia suprema in cui Milla sperimentava la libertà dalla gravità di questo mondo. Sembrava che il cuore le dovesse esplodere di gioia e quell’attimo era per lei la prova dell’esistenza di Dio. Chiusi come siamo nei nostri involucri di materia pensante, ci risulta troppo spesso difficile immaginare di poter avere accesso al divino; ma lei aveva scoperto che ci sono passaggi segreti che a volte vengono rivelati ‘per caso’ e che conducono ad altre dimensioni dell’Essere. Era successo proprio così, ‘per caso’, durante una lezione. Il primo grand jetè che le era riuscito alla perfezione l’aveva portata là, e quando era ridiscesa a terra non era più la stessa.



Sudata e contenta uscì dalla sala e poi in strada. Era ancora primavera. Una primavera lunga quella di Milla; si attardava ancora, infatti, sulla soglia dell’estate del suo essere donna.

Solo ora, forse cominciava finalmente a sentire quella voce che dal fondo della sua interiorità le parlava con ancestrali parole. Voce di donna.

Una rosa bianca. Per troppo tempo aveva gelosamente conservato il suo profumo, era tempo di donarlo al mondo. Non lo aveva tenuto per sé per avarizia ma per paura. E se non era profumo? A lei piaceva perché era il suo, ma sarebbe piaciuto a qualcun altro? E così aumentavano le spine.

C’è chi dice che una rosa bianca manca di passione, troppo casta per inebriare; troppo distante e opportunista come colore, il bianco; respinge la luce, la riflette e non l’accoglie in sé. Ma ora aveva imparato ad amare la particolarità di quella specie.



Lui non si era fermato alle spine che spesso la circondavano di un’aria austera e, con attenzione, l’aveva colta, riposta al caldo, e lei si era aperta, quasi senza accorgersene. Le aveva raccontato dell’aroma discreto e squisito che era riuscito a percepire quando era ancora chiusa.

Lui l’aveva sentito quel profumo, e le aveva fatto notare la bellezza della sua sobria eleganza.

(Tratto dalla mia novella "Milla e Andrei - Breve racconto di amore e di alchimia")


2 commenti:

  1. Vorrei leggere il resto del racconto, descrivi sensazioni che ho provato tanti anni fa, direi una vita fa... mentre avanzavo nella lettura, rinascevano nella mia memoria emotiva quel parquet, gli odori di polvere e sudore, il pianoforte, la voce della nostra insegnante accompagnando il suono acmpasado del bastone... Bello Isa, grazie

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