domenica 7 maggio 2017

Ricordo indiano -  agosto 1987

2° PARTE 
Continua il post del settembre 2014


L'India è ormai per me un luogo della mia mente



Il rumore di uno scroscio d'acqua mi sveglia. Guardo giù in strada e vedo un fiume d'acqua color ocra. La gente si riversa in strada a ballare e cantare, ora si respira ed è una gioia! 
Dai muri della stanza escono blatte arancioni che non aspettavano altro per uscire dai loro ripari. 
Sì, perchè qui il caldo di agosto è una pena per tutti gli esseri viventi...

Stazione dei bus di Nuova Delhi, appare un caos indicibile invece la sua logica è ferrea. 
La coda lunga e ordinata per i biglietti e poi lo spettacolo del piazzale... 
Gli autisti urlano il luogo di destinazione finale della corsa, non c'è un ordine di posizione, un'indicazione, nulla, solo nomi di città urlati.
 Jàipur-Jàipur-Jàipur-Jàipur!!! Ma manca un'ora. Attesa. Quarantacinque gradi all'ombra. 
Borraccia piena che si svuota. Il foulard bagnato di cotone giallo mi salva la testa. 
La coda del mio occhio vede che con flemma l'autista sale e mette in moto. 
Uno scatto... zaini in spalla e il vecchio bus Tata a tre marce si avvia verso lo stato desertico del Rajastan. 

Usciti da Delhi la strada è asfaltata ma non larghissima* e dopo circa cinque ore arriviamo nella capitale Jaipur, detta "la città rosa" fondata nel XVIII secolo da un maraja Moghul. Le orecchie che fischiano ancora per la musica a tutto volume che "allieta" i passeggeri a bordo. Mi sto abituando al caldo e le bollicine d'acqua sotto-pelle sono sparite. La città è stupenda e costantemente in festa. Passano elefanti con disegni variopinti sul corpo e il traffico non è terribile come a Delhi.

Si dorme nudi ma con il lenziolo addosso, come gli indiani, per assorbire il sudore sotto il lento ventilatore salvavita...

Io e Massimo litighiamo e la gente si ferma a guardare, in cerchio, come ad uno spettacolo di artisti di strada. Vergogna. Un abisso sembra dividere me e Massimo, noi e la gente che ci osserva. 
Mi rendo conto di quanto siamo ridicoli noi occidentali, e senza la loro dignità formale.

Il caldo è opprimente ma la doccia non sempre si può fare perchè in certe ore staccano l'acqua. 
Massimo mi tratta così male, umiliandomi e abbaiando cose cattive, che sto seriamente prendendo in considerazione la possibilità di tornare in Italia... ma poi il pensiero dell'immane fastidio del cambio del biglietto mi fa desistere. Decido di ignorarlo e di godermi ciò che l'India mi offre.
La sera mi addormento piangendo e invoco qualcuno, il mio angelo per esempio, un angelo bianco alto dieci metri perchè una tristezza infinita mi si è posata sul cuore.  
Penso: sono così fortunata ad essere qui, tutto mi sorride, tutti sono gentili con me e lui riesce ad ammorbarmi le giornate... che assurdità.

La mattina dopo decidiamo di dividerci e di andare ad esplorare la città per conto nostro.
All'inizio un po' di ansia, poi decido di prendermela con calma e di andare a bere qualcosa di fresco. Mentre sorseggio un lassi** alla banana, attaccano bottone due ragazzi musulmani vestiti all'occidentale. Ci sediamo e cominciamo a chiaccherare; appena scoprono che sono italiana mi fanno un sacco di domande, mi chiedono subito se sono sposata (scontato), rispondo di no ma che sono qui col mio ragazzo che è in giro per conto suo. Ovviamente per loro è inconcepibile e dicono: "Crazy man!!"  Chiedo cosa c'è da vedere di bello lì vicino così si offrono di portarmi in moto.
In modo incosciente (col senno di poi) mi fido perchè li sento e li vedo puliti, e infatti con la loro Vespa raggiungiamo uno strano luogo con delle rovine ma ora il ricordo è molto sbiadito. Il silenzio del luogo disabitato non mi intimorisce affatto, anzi. Continuiamo a chiaccherare e ridere allegramente come bambini e dopo un'oretta mi riportano al bar dove ci siamo incontrati, un'altra bevanda fresca e ci diciamo addio...

(Continua...)


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